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Appenninia, su due ruote nel ventre della montagna

Copertina Appenninia - Riccardo Finelli - Neo Edizioni hi_res

Ha percorso 2.300 km, attraversato 195 comuni, 31 province e 13 regioni, tutto a bordo di una Vespa. È la nuova impresa (anche letteraria) dello scrittore Riccardo Finelli che molti conoscono in Alto Molise per aver pestato passo dopo passo, nel 2012, le traversine dei binari della Transiberiana d’Italia, da Sulmona a Carpinone. Ora Finelli presenta al pubblico una nuova avventura che parte da un viaggio, per riflettere sulle aree interne dello Stivale e del loro destino. Lo fa nel libro “Appenninia” che è uscito (per la Neo Edizioni) lunedì 16 giugno, il diario di viaggio intenso e poetico su due ruote, nella “terra di mezzo che cuce il Paese in due”. “Un crinale – scrive Finelli – che si srotola raccontando storie e ponendoci domande. Ad esempio, come frenare l’emorragia di persone e risorse che da mezzo secolo minaccia la sopravvivenza stessa di pezzi di territorio”. “Il posto – spiega l’autore – in cui inventarsi un piano B, contrattaccare e ripartire”. Quel piano B di cui tanto si parla negli ultimi tempi, in cui le aree interne sembrano aver attirato nuove attenzioni da parte del mondo. Finelli è partito con il suo motorino nell’autunno 2013 e ha attraversato la penisola per interno, da Passo Giovi, alle spalle di Genova, a Melito di Porto Salvo, in Calabria, la punta dello Stivale. È entrato nel ventre della montagna appenninica per guardarlo dall’interno, per capire cosa sia successo lì dentro, in quella terra che è stata per millenni la culla di “resistenze”: dall’avanzata romana, all’invasione saracena alla ferocia nazifascista. Ha incontrato lungo il suo cammino paesi svuotati e divorati dal bosco, vallate che galleggiano su frane inarrestabili, campi incolti, orizzonti annichiliti da pale eoliche e viadotti. Analizzato attraverso storie e protagonisti cosa stia accadendo ai 190 comuni (circa) che si dividono lo spartiacque appenninico, borghi dove nel 1951 abitavano 761 mila persone, circa l’1,6% della popolazione italiana, mentre oggi sono appena 462 mila, pari allo 0,07% degli italiani. Finelli ha raccontato il suo viaggio a tappe sul blog www.appenninia.net, dove non mancano varie soste in Molise. In particolare, una delle mete è Carovilli, raccontata più o meno così:

“A volte i simboli ti corrono incontro senza volerlo. La notte che segna il giro di boa chilometrico del viaggio la passo esattamente in bilico fra i due mari. Me ne rendo conto solo quando, all’alba, metto fuori la testa dall’agriturismo in cui ho pernottato. Sono sul monte Pizzi, un cucuzzolo a poche centinaia di metri dal tratturo Celano-Foggia ed esattamente sulla linea di displuvio fra le sorgenti del Trigno che si getta in Adriatico, e il Vandra, affluente del Volturno, dunque campano e tirrenico a tutti gli effetti. Nonostante l’orario antelucano di una domenica uggiosa, Andrea, caro amico di Carovilli e strenuo guerrigliero in difesa della Sulmona-Carpinone decide che vuole assolutamente scortare la mia partenza al paese. Sale alla masseria e scendiamo assieme verso l’abitato, sotto un cielo inespressivo e piatto, in attesa solo della pioggia. Ma questa mattina in pochi sono rimasti a letto. È giorno di festa patronale e in piazza, dove si fronteggiano l’imperante chiesa di Santa Maria Assunta e l’elegante palazzo della società operaia è già un brulicare di orchestrali che si preparano per la processione stringendosi nelle giacche leggere per il freddo pungente. Si festeggia il ritorno delle spoglie del monastero di Vallebona…”

Dunque, tra i margini di un campo, alla pompa di un distributore o su piste da raccoglitori di funghi, Finelli prende con sé storie autentiche che sanno di rassegnazione e di sfida, registrando la fine dell’Appennino dei dialetti, delle tradizioni e della memoria. La montagna raccontata da Finelli è una montagna “post”, “post-abitata, post-agricola, post-industriale, post-armentizia, addirittura  post-turistica”. “È una nuova terra promessa – ne deduce lo scrittore – un enorme laboratorio in cui schiere di nuovi resistenti stanno inventandosi nuovi forme di convivenza e nuovi stili di vita”. Il piano B.

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