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“Quella volta che entrai a Scampia…”, Iannacone si confessa al Romita

"Quella volta che entrai a Scampia...", Iannacone si confessa al Romita

Affrontare anche i racconti più disperati a ciglio asciutto, senza puntare direttamente il dito accusatorio, ma non risparmiandoci nulla. È questo il metodo Iannacone, così – alla lettera – lo ha definito e spiegato Aldo Grasso nel 2013 sul Corriere della Sera. Domenico Iannacone avrebbe di che tirarsela. Lui resta com’è. Nato in Molise, legato al Molise. Ragazzo con una marcia in più che in questa terra si è fatto le ossa. In nessun altro posto ha imparato molto più che in Molise.

Lo dice con orgoglio agli studenti del liceo Scientifico Romita di Campobasso nell’incontro organizzato dalla prof Adele Fraracci. Nella notizia, nel segno dell’inchiesta morale: questo l’obiettivo formativo dell’appuntamento di ieri mattina. La preside Anna Gloria Carlini, le altre docenti Antonella Presutti e Bibiana Chierchia (lei in veste di vicesindaco di Campobasso) disegnano il quadro. Al centro l’etica e la morale. Il metodo Iannacone è appunto quello delle inchieste morali. Novità nel panorama della professione che spesso segue la linea declinante del Paese. Inchieste, rare. E non di rado imitate e storpiate rispetto al significato originario. Tv del dolore, tanta invece. Troppa. “Ho attinto a modelli che sono quelli di Zavoli, di Pasolini in ‘Comizi d’amore’, di Comencini: l’idea di sedimentare, di rallentare per poter meglio affrontare le cose che si raccontano” spiega nei corridoi della sede di via Facchinetti. Come sceglie le sue inchieste morali? “Intanto ho una libertà profondissima, l’aver creato un genere mi permette di andare in tutte le direzioni e questo è un privilegio, una grande libertà che in televisione non esiste. Oggi sono libero di poter affrontare qualunque tema”. Qualunque tema in cui colga una tensione morale. Stesso registro stilistico, stesso rigore narrativo in tutte le storie che racconta. “Con il papà del bimbo autistico come con Razzi” dice mentre intorno i ragazzi fanno ricreazione. Poi sciamano piano nell’Aula magna e lo ascoltano. Lui si presenta. Da Teleregione in Molise a inviato di Ballarò che profana Scampia: sua (sua in senso metaforico, utilizzava un service ed ebbe il suo da fare a convincere l’operatore) la prima telecamera entrata a riprendere il campo di battaglia della guerra di camorra fra vecchi clan e scissionisti. Ancora, autore con Riccardo Iacona. E ora, alla terza edizione, i suoi Dieci comandamenti. Nel giornalismo ci vuole etica, sottolinea Iannacone. Come in altri mestieri, in questo forse di più l’etica “deve essere la bussola”.

E il Molise di che cosa ha bisogno? Che cos’è che pulsa forte o batte attutito nell’anima di questa terra sussurrando ai giornalisti che vuole essere raccontato? “Anche qui ci sarebbe da fare un discorso morale. Questa è una terra che deve ritrovare la propria identità. Mi sono accorto tornandoci non spessissimo che ogni volta che torno è come ci fosse uno scollamento. Le problematiche economiche, la difficoltà di stare e lavorare qui hanno creato uno scollamento fra gli individui”. Quando era davvero l’oasi felice, poi diventata versione di comodo per chi non ha voluto vedere che la globalizzazione dell’amoralità ha contaminato pure questa terra, il Molise era famoso perché ci si conosceva tutti. E forse ci si preoccupava degli altri, di tutti. Un senso di solidarietà concreta, motivata e non di maniera.  Oggi quei fili sono recisi. Per Domenico Iannacone bisognerebbe ripartire da una parola chiave: il dialogo.

 

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