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Mafia Capitale a un passo dal Molise

Mafia Capitale a un passo dal Molise

Mafia Capitale voleva il centro profughi di San Giuliano di Puglia, in Molise. Nel primo filone di inchiesta, dalle intercettazioni, già emergeva chiara l’intenzione di accaparrarsi l’affare che avrebbe potuto portare in Molise anche mille immigrati. In quelle carte il nome del villaggio da ristrutturare per accogliere i migranti, che nel 2002 diede riparo ai sopravvissuti del terremoto, spuntava fra le cose da fare. Un piano a cui la ‘banda’ ha continuato a lavorare e che è saltato perché sono arrivati prima i magistrati con gli arresti di sei mesi fa.

“Scusa, Luca, ma perché non ce manni in Molise a noi?”, chiedevano gli uomini delle coop rosse di Salvatore Buzzi, a Luca Odevaine (nella foto durante un vertice in prefettura a Campobasso). È lui l’uomo chiave nell’intreccio criminoso di chi, secondo la procura di Roma, lucrava sui disperati che dall’Africa arrivano in Italia in cerca di un futuro. Sedeva al tavolo nazionale per la gestione dell’emergenza immigrazione per conto dell’Upi. Segretario di Veltroni, quando era sindaco della Capitale, poi alla Provincia di Roma e da lì ha ‘svoltato’. Attraverso l’Upi è entrato nel cuore del Viminale. Agli uomini di Carminati rispondeva nelle conversazioni che questi raccontavano nelle intercettazioni del Ros: “Eh… ma lì ci stanno i sindaci locali…”.

Nella seconda ordinanza, che ieri ha portato ad altri 44 arresti, il nome del piccolo centro rimbalza in uno dei capitoli più inquietanti dal punto di vista morale e umano prima ancora che penale. Odevaine prendeva tangenti dalle cooperative rosse di Buzzi (la ‘29 Giugno ‘fra queste) e da quelle bianche e aveva un tariffario: un euro per ogni extracomunitario ‘piazzato’. “Se me dai…me dai cento persone facciamo un euro a persona”. È il “criterio di calcolo delle tangenti”, secondo il gip di Roma, che Odevaine spiegava ai manager de La Cascina, interessati alla gestione dei centri per gli immigrati e disposti, sempre secondo l’accusa, a pagare uno stipendio fisso a Odevaine. Decine le intercettazioni fra gli indagati, centrate su quale debba essere la percentuale da corrispondere, non solo per l’aiuto ottenuto per la gara relativa al Cara di Mineo ma anche per quanto Odevaine potrebbe fare per i centri di Roma e di San Giuliano di Puglia. Ed in una di queste conversazioni, con Domenico Cammisa (manager de La Cascina ora ai domiciliari) Odevaine aggiungeva: “Allora altre cose in giro per l’Italia… possiamo pure quantificare, guarda…se me…se me dai…cento persone facciamo un euro a persona…non lo so, per dire, hai capito? E… e basta uno ragiona così dice va beh… ti metto 200 persone a Roma, 200 a Messina…50 là… e… le quantifichiamo, poi”. Secondo il gip, Odevaine avrebbe ricevuto dalla coop “la promessa di una retribuzione di 10.000 euro mensili, aumentata a euro 20.000 mensili dopo l’aggiudicazione del bando di gara del 7 aprile 2014, per la vendita della sua funzione e per il compimento di atti contrari ai doveri del suo ufficio in  violazione dei doveri d’imparzialità della pubblica amministrazione”. Avrebbe tra l’altro orientato scelte del Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, in modo da creare le condizioni per l’assegnazione dei flussi di immigrati alle strutture gestite dal gruppo La Cascina. Avrebbe inoltre fatto pressioni finalizzate a far aprire i centri per immigrati in luoghi graditi alla cooperativa e concordato con i manager il contenuto degli stessi bandi di gara, che venivano poi predisposti in modo da garantire l’attribuzione di un punteggio elevato alla stessa La Cascina. Anche per San Giuliano, da quel che trapela dall’ordinanza, avrebbe puntato su ‘La Cascina’. Scrive il gip che Odevaine favorì l’individuazione di San Giuliano di Puglia, organizzò un incontro fra una persona di sua fiducia i vertici della coop per fare in modo che le venisse assegnata la gara. Teneva i rapporti con il sindaco.

Luigi Barbieri lo ricorda bene Luca Odevaine. “Quando venne in veste ufficiale era il riferimento del ministero dell’Interno. Per qualsiasi dubbio o perplessità che avessimo, dal Viminale ci veniva detto di parlare con lui in virtù della sua grande esperienza nel campo dell’accoglienza dei migranti”, racconta oggi il primo cittadino del paese finito pure nel secondo capitolo di Mafia Capitale. E il suo racconto centra il cuore del problema: il grande spazio di manovra che Odevaine aveva dentro il ministero. “Come ho già detto qualche mese fa, noi faremo tutto alla luce del sole e con la massima trasparenza”, conclude Barbieri. La legalità unico antidoto ai tentacoli della mafia. Entro giugno dovrebbe essere pubblicata la gara per i lavori di ristrutturazione delle casette. Poi quello per la gestione del centro hub del Molise.

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