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Giornata del Rifugiato, non “ricorrenza simbolica ma occasione per agire”

Giornata del Rifugiato, non "ricorrenza simbolica ma occasione per agire"

Il 20 giugno si è celebrata la ‘Giornata mondiale del Rifugiato’. Italo Di Sabato, ex assessore regionale di Rifondazione comunista in Molise e ora all’Osservatorio sulla repressione, ritiene che non sia, non debba essere “una commemorazione o una ricorrenza simbolica ma l’occasione per riflettere e agire su una condizione umana divenuta permanente nella società globalizzata, con la consapevolezza che la fuga dalla propria difficile condizione economica, sociale, politica e umana non è un flagello divino ma la conseguenza di scelte che le classi dirigenti degli stati nazionali, per conto di poteri sovranazionali, hanno compiuto e stanno compiendo”.

Questo il suo contributo integrale sulla Giornata del rifugiato.

La Giornata mondiale del Rifugiato non è una commemorazione o una ricorrenza simbolica ma l’occasione per riflettere e agire su una condizione umana divenuta permanente nella società globalizzata, con la consapevolezza che la fuga dalla propria difficile condizione economica, sociale, politica e umana non è un flagello divino ma la conseguenza di scelte che le classi dirigenti degli stati nazionali, per conto di poteri sovranazionali, hanno compiuto e stanno compiendo.

Chi oggi parla di ‘emergenza’ sceglie di negare la responsabilità dell’Europa e del mondo occidentale in tutto questo, nega e nasconde i fatti per non dovere compiere scelte che metterebbero in discussione le posizioni di privilegio raggiunte. Se oggi definiamo “emergenza” i flussi migratori, ci dovremmo necessariamente chiedere come si sarebbe dovuto chiamare il fenomeno dell’emigrazione italiana a partire dall’Unità d’Italia. Tra il 1860 e 1880 emigrarono dall’Italia in media 100.000 cittadini ogni anno, nel decennio tra il 1901 e il 1910 (proprio mentre iniziava l’avventura imperialista dell’Italia) si superava i 600.000 all’anno, per toccare il record di 872.598 nel 1913. Ma ‘l’emergenza’ proseguì anche in tempi più recenti: tra 1951-56 fu di 99.000 all’anno, che salì nel 1957-64 a 113.000 e tra 1965-71 a 115.000 all’anno (in pieno boom economico!). Quelle migrazioni per decenni favorirono un sistema globale di bassi salari, procurando alti profitti alle imprese europee e di oltre oceano: il prezzo fu pagato totalmente dai migranti!

Ora qualche migliaio di disperati che sbarcano sulle nostre coste diventano una ‘emergenza’ o una ‘invasione’ solo per chi non sa e non vuole affrontare il problema. L’Europa non vuole affrontarlo perché il sistema economico produce sempre meno e non ha bisogno dei migranti per fare profitti, questi si fanno con medi o alti tassi di disoccupazione e con il lavoro precario generalizzato. E così per nascondere e deviare le vere ragioni e cause della crisi sociale ed economica che attanaglia l’intero continente, ‘fabbricano’ ad arte paure, ansie che attraversano una società che non cresce più e stenta a trovare una prospettiva futura. La realtà è evidente, eppure si sorvola. Si guardano gli effetti ma si tralasciano le cause.

L’aumento dei tassi d’interesse deciso dagli Stati Uniti a seguito della seconda crisi petrolifera (1979) mandò in rovina quasi tutti i paesi ‘on via di sviluppo’, che nei decenni precedenti avevano maturato un debito piuttosto ingente, come i paesi africani che subito dopo la conquista dell’indipendenza (anni ’50-’60) avevano chiesto prestiti per costruire infrastrutture e sistemi di welfare. Con l’aumento dei tassi gli importi da restituire ai creditori schizzarono alle stelle, mentre con l’affermarsi del neoliberismo si riducevano sensibilmente gli aiuti ufficiali allo sviluppo, considerati una deleteria forma di assistenzialismo. Per poter pagare gli interessi molti paesi ricorsero a nuovi prestiti, che le istituzioni finanziarie internazionali (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) concessero in cambio dei famigerati ‘aggiustamenti strutturali’: privatizzazioni, liberalizzazioni, taglio della spesa pubblica.

I già fragili sistemi di welfare furono rasi al suolo, con l’inevitabile conseguenza di una catastrofe umanitaria senza precedenti (in quegli anni esplodeva la pandemia di Aids).

L’assenza dei servizi fondamentali, come l’acqua potabile, la sanità o l’istruzione, fa sì che oggi nei paesi poveri tre persone su quattro muoiano prima dei 50 anni. In Africa il 55% della popolazione femminile è analfabeta. Tra il 1970 e il 2012 l’ammontare complessivo del debito estero dei paesi africani e mediorientali si è moltiplicato per 73, ed è stata già pagata 145 volte la somma inizialmente dovuta. Nel 2012, i paesi poveri hanno pagato ai creditori 182 miliardi di dollari, a fronte dei 133 miliardi ricevuti come aiuto ufficiale allo sviluppo. Si calcola che dal 1980 in poi questi paesi abbiano versato nelle casse dei paesi ricchi una cifra non inferiore a 3.350 miliardi di dollari.

A seguito della crisi finanziaria globale, tra il 2007 e il 2008 ci sono state diverse crisi alimentari, con un aumento di 40 milioni delle persone sottonutrite. La piccola agricoltura alimenta il 70% della popolazione mondiale e occupa molte più persone rispetto all’agrobusiness, ma i piccoli produttori locali vengono progressivamente espulsi dalle loro terre a vantaggio dei grandi proprietari o delle imprese multinazionali.

I trattati di libero commercio favoriscono l’agricoltura protetta da sussidi dei paesi ricchi e mettono fuori mercato i produttori locali. In molte regioni la popolazione rurale viene scacciata con la violenza da paramilitari al servizio di latifondisti, stati stranieri o imprese multinazionali per appropriarsi delle loro terre e risorse naturali.

Molte terre, spesso grazie alla corruzione di politici e amministratori locali, vengono acquistate da paesi ricchi (non solo Usa e Ue ma anche Arabia Saudita, Cina, Corea del Sud) che temono una futura scarsità di cibo e acqua. Spesso si tratta di investimenti speculativi e le terre vengono lasciate incolte, oppure vengono utilizzate per la produzione di alimenti destinati all’esportazione o di biocarburanti. I metodi di coltura intensiva riducono fortemente la fertilità del suolo e avvelenano l’ambiente con sostanze chimiche.

Nel settore della pesca, i giganteschi pescherecci dei paesi ricchi che operano nelle acque internazionali fanno man bassa delle risorse e il pesce che rimane ai piccoli pescatori che lavorano sottocosta è sempre più scarso (a questo si collega anche il fenomeno della pirateria in alcuni paesi tra cui la Somalia).

Secondo le Nazioni Unite, oggi le persone esposte al rischio di disastri ambientali nel mondo sono circa un miliardo. Molte di queste persone dovranno abbandonare le proprie terre e la maggior parte non potrà più fare ritorno nel luogo di origine. Già nel 2007-2008 i “profughi ambientali“ sono stati 70-80 milioni, ma nel 2050 potrebbero arrivare a 200-250 milioni. I paesi meno sviluppati sono ovviamente i meno responsabili per le emissioni di gas serra, ma ad essi appartiene il 90% delle persone colpite da disastri climatici nell’ultimo decennio.

Nel 2013 il numero di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni in tutto il mondo è arrivato a 51,2 milioni di persone, ben sei milioni in più rispetto all’anno precedente.

In Africa si è assistito a nuovi esodi forzati, in particolare nella Repubblica Centrafricana e nel Sudan del Sud, ma questo massiccio incremento è principalmente dovuto alla guerra in Siria, che alla fine del 2013 aveva già causato 2,5 milioni di rifugiati e 6,5 milioni di sfollati interni.

Oltre la metà dei rifugiati a livello mondiale è costituita da siriani, afghani e somali. Come si vede, provengono da regioni interessate da interventi militari dell’Occidente (diretti o per procura) a fini di controllo delle risorse naturali. Alcuni di questi Stati sono stati trasformati in “failed states”, dominati dai signori della guerra e privi di qualsiasi capacità di provvedere ai più elementari bisogni dei loro cittadini.

Per questo l’Europa non vuole trovare soluzioni: perché è  incapace di mettere in moto politiche economiche di lungo periodo con l’Africa e l’Asia, che partano dalla cancellazione dei debiti dei paesi più poveri; perché l’occidente non ha una politica internazionale se non quella militare: così l’Europa e gli Usa, deliberatamente, trasformano, ad esempio, il conflitto politico in Siria in una guerra civile, e intervengono in Libia sfruttando le tensioni interne per esercitare, in prospettiva, il controllo sul gas, il petrolio e i fosfati.

Di fronte all’inconsistenza e alla prudenza delle politiche istituzionali nazionali e locali per l’accoglienza di profughi e migranti penso che sia necessario cogliere l’occasione per fare “comune” nel senso di mettere in comune condizioni, saperi, culture e esperienze. Oltre le disparità dare/ricevere, insegnare/imparare, ospite/rifugiato.

Penso che dobbiamo cogliere questo momento per agire come comunità autonome di accoglienza: capaci di procurare rifugi diffusi sul territorio, di vestire e sfamare, dare assistenza sanitaria e psicologica, fornire strumenti di difesa legale e di conoscenza della lingua italiana, favorire le relazioni umane, aiutarli ad uscire dall’Italia se lo richiedono.

Possiamo costruire comunità capaci di scegliere autonomamente la propria condizione plurale e egualitaria senza attendere il via libera delle istituzioni, senza dipendere da esse, nella legittimità del bene della persona.

Diventare una comunità che accoglie perché così realizza la sua forma, che si fa complessa perché così corrisponde alla contemporaneità, criticandola e producendo, oggi, dal basso e da protagonisti, un altro mondo possibile!

Italo Di Sabato

Osservatorio sulla repressione

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