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Coi migranti in Questura, dove trovano una mano tesa

Coi migranti in Questura, dove trovano una mano tesa

Le divise, le donne e gli uomini della Polizia di Stato sono il primo contatto dei migranti con l’Italia e col Molise. Dipende dai giorni: a volte davanti alla Questura di Campobasso sono in tanti, altre invece la fila scorre veloce. Sono giovanissimi, hanno in media 19-20 anni. Fuggono da guerre e carestie, chiedono protezione internazionale. Sono prevalentemente afghani e pakistani, somali. In via Tiberio trovano prima di ogni cosa accoglienza, una mano tesa. “Senza mai perdere di vista il nostro ruolo, certo”, dice la dirigente della Divisione di Polizia amministrativa, sociale e dell’immigrazione Maria Pia Rossi. È lei ad accompagnare la troupe di Primo Piano e Teleregione in questo reportage.
I numeri dicono molto. Ad oggi nella provincia di Campobasso sono ospitati, nelle strutture individuate dalla Prefettura del capoluogo, circa 1.060 richiedenti asilo. Sono 12 i centri di accoglienza, altrettanti i punti del sistema Sprar. L’attesa per il responso della commissione territoriale, in funzione da qualche mese come sezione staccata di quella di Salerno, è di quattro-cinque mesi. Periodo in cui ai migranti che hanno fatto richiesta di asilo viene rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo. Una mole di lavoro imponente, dunque, che negli uffici della Questura guidata da Raffaele Pagano curano i nove poliziotti dell’ufficio Immigrazione. C’è il front office, con ingresso indipendente da quello principale. All’interno gli uffici dove gli agenti trattano le pratiche e la sezione della Scientifica che si occupa del fotosegnalamento. Si percepiscono subito efficienza, passione ma pure tranquillità. È un mix importante per trasmettere sicurezza a chi è sopravvissuto a viaggi infernali e non sa quale sarà il suo destino. Per far capire ai profughi che possono fidarsi e contare sul sistema di accoglienza italiano. Un gruppo affiatato di operatori. “Lavorano in maniera eccezionale”, ci tiene a sottolineare la loro dirigente.
In fila o in attesa sulle panchine del cortile, gli stranieri. Aspettano sereni, forse solo un po’ spaesati.
Quando arrivano, si rivolgono alla Polizia che è il primo interlocutore per la richiesta di protezione internazionale. Agli agenti tocca quindi accertare l’identità, se corrisponde a quella che dichiarano. Conclusa la fase del fotosegnalamento, secondo le procedure, c’è l’intervista che è realizzata con l’ausilio di un interprete – l’ufficio immigrazione ha un funzionario linguistico – e di un mediatore culturale. “Molto spesso – spiega la dottoressa Rossi – queste persone non parlano né l’inglese né il francese, oltre ovviamente a non parlare italiano”. Nell’intervista il richiedente asilo deve motivare la sua domanda di protezione internazionale, fornendo una serie di informazioni, raccontando la sua storia, episodi che possano essere utili a stabilire se ha diritto o meno allo status di rifugiato. In Questura a Campobasso, queste operazioni sono compiute nel giro di 48 ore. Poi le pratiche vengono trasferite in Prefettura in via informatica. Una gestione sinergica, quella con il Palazzo del Governo, che la dirigente della Divisione Pasi evidenzia perché si sta dimostrando in effetti un buon modello.
La migrazione di questi anni ha dimensioni epocali. I flussi quindi aumentano, il cammino dei profughi verso un mondo migliore cambia direzioni, mezzi, frontiere anche per le decisioni degli Stati europei come l’Ungheria che chiuso il confine murandolo. Ma non si arresta. Mentre l’Ue ragiona di asilo europeo, a contatto con donne, uomini e bambini c’è la rete di accoglienza che parte proprio dalle Questure. A Campobasso, i flussi marittimi – gli arrivi da sbarchi, cioè – si sono fermati a luglio. L’ondata ora proviene dai flussi terrestri. “Negli ultimi tempi – racconta Maria Pia Rossi alla sua scrivania – riscontriamo che in tanti, fra coloro che arrivano qui, sono inquadrabili nei cosiddetti ‘casi Dublino’: persone che già hanno chiesto la protezione internazionale in altri Stati europei, poi si sono allontanati per vari motivi e la chiedono di nuovo qui. Questo determina un allungamento dei tempi di valutazione delle istruttorie, in quanto la loro pratica dovrà passare prima al vaglio della Commissione Dublino che stabilirà quale Stato dovrà decidere sulla domanda di asilo”. Di norma si tende ad assegnare la competenza al Paese in cui il migrante si trova.
Una volta ottenuto lo status di rifugiato, ai migranti è rilasciato un permesso di soggiorno che consente di circolare in Europa. E molti di loro, la maggior parte come conferma la dirigente di Polizia, ha come meta la Germania, l’Austria, la Norvegia, “dove pensano di poter avere una maggiore integrazione sociale e una vita diversa”.
Quello della Polizia è un compito fondamentale in questa partita. Perché c’è da garantire accoglienza e allo stesso tempo sicurezza al Paese. Nei barconi potrebbero nascondersi anche terroristi. E la diffidenza per gli stranieri, poveri e disperati, è sempre in agguato nella popolazione, come la paura che aumenti la criminalità. Anche per questo è essenziale capire come gli organi dello Stato stanno lavorando. Perché la percezione del fenomeno sia esatta e non distorta. “Nell’esperienza che negli ultimi tempi ha contraddistinto la nostra attività – che rimane comunque finalizzata ad una verifica non soltanto degli aspetti umanitari che devono essere poi portati all’attenzione della commissione territoriale – l’intelligence della Questura senz’altro non sottovaluta alcun aspetto che noi opportunamente segnaliamo perché possono accadere delle situazioni che vengono particolarmente attenzionate”, chiarisce la dottoressa Rossi. “Però ad oggi – prosegue – mi sento di poter dire che le presenze qui a Campobasso non hanno generato situazioni particolari. In qualche piccolo caso si è verificata la presenza di persone un po’ turbolente all’interno delle strutture di accoglienza e la Prefettura in maniera solerte ha revocato anche il beneficio dell’accoglienza allontanandole dai luoghi in cui erano state inserite”.
Dopo la chiacchierata la visita negli uffici, le spiegazioni più tecniche su come si svolgono le interviste, i colloqui coi profughi. Per rompere il ghiaccio, stabilire un contatto fra gli stranieri e i cronisti una mediatrice culturale usa le maniere forti. “Ve lo dice lei che è il boss”, insiste in inglese indicando i gradi sulla giacca di Maria Pia Rossi. Lei sorride, se serve a convincerli che possono fidarsi va bene anche ‘il boss’.
Momenti di normalità, in un lavoro – quello del poliziotto – che è invece eccezionale. Si ha a che fare con la vita di chi, quella vita, l’ha rischiata davvero per costruirsi un futuro in Occidente. E allora viene naturale di farlo bene, al massimo, il proprio mestiere. Anche per rispetto di chi non ce l’ha fatta. Come il piccolo siriano morto nella traversata, il cui corpicino è stato poggiato dal mare sulla spiaggia di Bodrum. Le foto che hanno gelato chiunque. Impossibile non parlarne con chi si occupa dell’emergenza migranti. E al ricordo, gli occhi della dottoressa Rossi diventano lucidi. Comprensibile, umanissima emozione per chi non dimentica il ruolo e lo onora con professionalità e ascoltando il cuore.

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