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Gam, quel passato glorioso che forse non tornerà

Gam, quel passato glorioso che forse non tornerà

Il bar è rimasto com’era. Perfino i portatovaglioli sui tavoli, le sedie sistemate accanto. Un espositore di caramelle. Vuoto ma al suo posto. Come se aspettasse solo l’orario di apertura e all’improvviso invece del silenzio e della polvere si riempisse delle voci di operai e impiegati in pausa.
Simbolo di un passato che non torna. In questo edificio i dipendenti entrano solo per le assemblee. L’ultima – la settimana scorsa quando sono state raccolte queste testimonianze – è anche la prima dopo la firma che consegna a un nuovo proprietario parte di questo stabilimento. Forse non il bar per via della divisione fra primo e secondo lotto che tanto ha fatto discutere e sta dando lavoro a curatori, legali e al magistrato che dovrà trasferire con decreto i beni di quella che si chiamava Arena al suo concorrente più agguerrito. Una sorpresa per tanti il passaggio sotto le insegne di Amadori. Tanti infatti raccontano di un rapporto assai agonistico, quasi muscolare con l’azienda di Cesena. Un colosso, seconda in Italia anche allora. Ma Arena crebbe rapidamente dopo la crisi della Sam e la insidiò non poco.
Soprattutto, ed è questo il rammarico più grande che i lavoratori condividono fra loro, a Bojano nascevano prodotti che per quei tempi erano nuovi, migliori, ideali per le massaie di oggi. «Nessuno li faceva prima di noi. Adesso invece sono diventati prodotti caratteristici di questi grandi marchi. E noi abbiamo chiuso…», dice uno degli operai. Si ferma nel corridoio che portava dagli uffici alla sala riunioni. Sulla destra una foto: ‘Gralì, il pollo d’oasi allevato secondo natura’. Era commercializzato con il marchio Fresco Arena, uno di quelli acquistati a giugno scorso dalla società abruzzese Dasco. «Lei conosce il pollo giallo? Oggi va tanto di moda». Allevato ma secondo natura, una giusta mediazione che il mercato accetta volentieri. «Era questo il pollo giallo, noi lo producevamo già tanti anni fa! È nato qui, a Bojano». Si avvicina un altro collega di questo operaio orgoglioso e sconsolato. «Mica solo il pollo giallo, sa? Qui sono nati i cordon bleu, le teglie già pronte con pollo e patate…». «Mi ricordo che, quando finivo di pulire, anche di notte mangiavamo quelle coscette di pollo. Quanto erano buone…».
Nei capannelli è difficile cogliere entusiasmo. Chi scuote la testa, chi chiede «perché io non sono nella lista e quella o quello sì». Ma senza rabbia. Rispetto a quattro anni fa, quando urlarono contro il presidente della Regione (e lui contro di loro) – azionista unico della Gam – sembrano irriconoscibili. Lui voleva l’exit strategy, un imprenditore che facesse il suo mestiere e valorizzasse la filiera avicola. Loro, certo, dal fatto di essere dipendenti di un’azienda pubblica hanno avuto benefici. Adesso si limitano allo scetticismo silenzioso.
Di questi operai e impiegati tanti ora dicono: molti di loro a lavorare non vogliono più tornare. L’età media alta, gli anni di ammortizzatori che li hanno protetti e impigriti, un centinaio di loro ha prescrizioni mediche (ai tempi d’oro si era generosi pure con le esenzioni da certi tipi di lavori, questo è il sospetto). Forse è questa la ragione della loro diffidenza per un rilancio che vanta un brand di tutto rispetto come Amadori? Privilegiati, li chiamano quelli meno fortunati. Adesso fanno resistenza ma gli si prospetta al massimo un contratto a tempo determinato e la riapertura del macello fra tre anni. Agli impiegati perfino il demansionamento. Nessuna via di mezzo in Molise.
«Io a lavorare vorrei tornarci, invece», scandisce bene quell’operaio. «Vorrei tornarci e riscoprire l’orgoglio che avevamo allora. Solo che quella storia oggi mi sembra davvero finita». Gli resta il ricordo del sapore di buono di quegli spuntini notturni. I prodotti, lo stabilimento, la pubblicità sulle televisioni nazionali: tutto quello gli sembrava anche suo. ritai

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