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Il Molise ‘nascosto’ che non si arrende al buio del presente

Barlumi di luce vengono irradiati dai volontari che soccorrono i poveri, i malati, i profughi ed i bimbi abbandonati. Sotto i nostri occhi, scorrono immagini di medici molisani che vanno ad operare in Africa, di giovani impegnati nelle attività di Emergency, di persone che si dedicano alla Caritas, di insegnanti che si recano nei centri di accoglienza per rifugiati per dare lezioni gratuite di italiano, di volontari della Comunità di Sant’Egidio che promuovono progetti per la ceramica e la pittura con i detenuti del carcere di Isernia, di cittadini che visitano i malati con l’associazione dei volontari ospedalieri, e di altri mille esempi di bontà, altruismo e dedizione verso i meno fortunati.
C’è un Molise nascosto che aiuta i disabili ogni giorno, che accompagna i malati in pellegrinaggio, che promuove la colletta alimentare e che compie gesti semplici di vicinanza, umanità e sostegno verso chi soffre. Questi punti luce sparsi sul nostro territorio, illuminano i passi di una società avvolta da un pessimismo che brucia ogni speranza, incattivita dalla crisi e delusa per la mancanza di una prospettiva di miglioramento. Archiviati i sogni di un benessere diffuso, sconfitti dalle amarezze di un presente che ti ruba il lavoro e ti priva della possibilità di curarti con dignità, sono in tanti che cadono in ostaggio della paura del domani e si lasciano prendere dalla rabbia, dall’odio e dall’egoismo. D’altronde, il Molise dopo secoli di miseria, si era ritrovato proiettato nella crescita economica del dopoguerra e per la prima volta nella storia diventava possibile per la stragrande maggioranza delle persone progredire socialmente, far studiare i figli, avere un lavoro dignitoso, costruirsi delle case decenti, potersi curare senza indebitarsi e progettare un futuro senza emigrazione. Quel sogno è svanito nelle allucinazioni di questo Terzo Millennio che è partito in retromarcia chiudendo gli ospedali, stampando biglietti di sola andata per i nipoti laureati dei contadini con la licenza elementare, lasciando vuote case enormi costruite con tanti sacrifici e mille aspettative, e separando, di nuovo, madri e figli. Non si può vivere col cuore in pace se quelle case tornano a riempirsi solo per qualche settimana l’anno quanto rientrano dal mondo, i figli e i nipoti, sempre più assorbiti dalle culture dei luoghi in cui nascono, studiano e vivono. In questo deserto dell’anima è sempre più difficile preservare la speranza di un futuro migliore, e proprio per questo meritano un plauso coloro che non si arrendono al buio pesto di questo presente, e tengono alto col proprio esempio di luce un approccio alla vita che sappia recuperare i remoti retaggi di solidarietà rurale, fortemente intaccati dalle mode consumistiche degli ultimi decenni. Per loro è più arduo riaccendere il sorriso sul volto di chi ha conosciuto il benessere ed oggi arretra, rispetto a chi era abituato da secoli ad essere sopraffatto dalla consapevolezza di non avere niente e non nutriva soverchie aspettative per come ci ricordano gli scritti di Longano, Galanti, Cuoco, Petrone, D’Ovidio, Masciotta o più recentemente di Iovine. Questo rovesciamento generazionale che vede i figli tornare indietro rispetto ai padri appartiene a tutte le società occidentali, e non ha ancora trovato un alfabeto nuovo in grado di parlare all’anima delle persone per progettare un riscatto sociale collettivo così come avvenne dal secolo dei lumi in poi passando per Marx, Mazzini, Leone XIII, Turati, Gramsci, Di Vittorio, Dossetti, Grandi, Pertini o La Pira. Per questo ringraziamo col cuore chi quotidianamente coltiva il seme della speranza, anche qui sotto i nostri occhi annebbiati, e tiene alto il vessillo dell’amore per il prossimo, del bene comune e della dignità umana. Michele Petraroia

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