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Petescia su sentenza di Bari: «Un lavoro folle per smontare un castello di accuse false»

Petescia su sentenza di Bari: «Un lavoro folle per smontare un castello di accuse false»

Le motivazioni della sentenza con cui il gup di Bari l’ha assolta insieme a Fabio Papa, scagionandoli da ogni accusa, non sono bastate a «mettere fine al calvario».
Manuela Petescia è per la terza volta in pochi anni nella sala dell’hotel San Giorgio a Campobasso a spiegare e mettere a disposizione carte, stavolta sono le 157 pagine firmate dal giudice Antonio Diella.
Descrive quella che per lei, pur chiudendosi in primo grado con un’assoluzione piena, è stata «un’esperienza terribile, che mi è costata la perdita irrimediabile di una parte di me, sopraffatta e annegata tra carte, ricostruzioni, sforzi di memoria inauditi, ricerche storiche di fatti, eventi istituzionali, comunicati stampa, post di Facebook, lettere, messaggi, conversazioni telefoniche. Di notte, tutte le notti, per tre anni: un lavoro folle e disperato – racconta la direttrice di Telemolise – per non arrendermi all’impotenza che avrebbe colto chiunque di fronte a un castello di accuse false costruito con il vantaggio del potere in carica e il favore dell’autorità derivante dal ruolo istituzionale e sociale ricoperto».
Nelle motivazioni, il gup di Bari ha ritenuto non credibili la denuncia e le dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria dal presidente della Regione Paolo Frattura e dall’avvocato Salvatore Di Pardo. Manuela Petescia aggiunge che i due, ora lo dice pubblicamente nella conferenza: «Si sono messi d’accordo».
Della cosiddetta ‘cena del ricatto’, fulcro centrale della ricostruzione che il procuratore Pasquale Drago ha rappresentato nel processo a Bari, non è stata indicata una data certa (ottobre 2013, poi autunno 2013). Ma in quell’occasione, sostengono Frattura e Di Pardo, il magistrato Papa – allora sostituto procuratore a Campobasso – rivela l’esistenza di un fascicolo a carico del governatore per il caso Biocom, fascicolo che sta curando lui, e insieme alla direttrice di Telemolise – accusata nella denuncia di aver rivelato cose che poteva aver saputo solo dal pm – dice che può dare o meno impulso all’inchiesta. La richiesta è di una legge sull’editoria favorevole all’emittente e di un contributo di 400mila euro sulla scia di quanto fatto in Friuli. Frattura sostiene di non aver dato corso alle richieste e di aver così subito gli attacchi mediatici della tv e l’indagine poi archiviata. Papa e Petescia hanno sempre negato ogni addebito.
La denuncia dei fatti, il 17 dicembre 2014. Un anno dopo. A inizio 2014, ripercorre in conferenza stampa Petescia, il presidente della Regione viene a sapere di essere indagato per Biocom, o meglio vengono pubblicati alcuni articoli di stampa sull’inchiesta. Perché Frattura non ha denunciato allora? «Nel febbraio del 2014, appresa la notizia dell’indagine Biocom, Frattura registra di nascosto il giornalista della Gazzetta del Molise, Pino Saluppo, e denuncia – dice Manuela Petescia – per fuga di notizie altre persone e due agenti di polizia». La giornalista poi cita dalle motivazioni: «È dunque evidente che già nella prima decade di febbraio 2014 Frattura era a conoscenza del fatto che le minacce di Papa non erano state fatte invano e allora appare illogico e incomprensibile la circostanza che lo stesso di Laura Frattura abbia deciso di presentare un esposto in relazione alla fuga di notizie relativa al procedimento Biocom per tutelare la sua immagine e il suo onore e non abbia invece deciso di denunciare colui che, qualche mese prima, aveva minacciato di indagare in suo danno proprio nella vicenda Biocom e che aveva quindi cominciato a realizzare le sue minacce».
Il giudice Diella non crede sia possibile che nessuno dei due accusatori non ricordi la data della cena. Che entrambi ricordino le stesse cose della casa e degli arredi, che erano visibili – scrive nelle motivazioni – anche da fuori l’abitazione del magistrato a Campobasso. Non crede che i loro rapporti con la giornalista erano improntati in quei mesi alla diffidenza o alla distanza. Telefonate e messaggi, per il giudice, lo testimoniano.
Altro punto fondamentale, la consulenza tecnica chiesta dalla difesa. E i tabulati telefonici «non solo non forniscono riscontro alcuno al fatto che i quattro protagonisti della vicenda si siano potuti contestualmente trovare durante il mese di ottobre nella abitazione del Papa ma sostanzialmente escludono con alto tasso di verosimiglianza che in una qualsiasi sera di ottobre i quattro protagonisti della vicenda si siano contestualmente trovati all’interno di detta abitazione».
E ancora, a seguito della relazione tecnica, «emergeva che vi era una possibile (secondo i consulenti) “compatibilità” (fondata sulla compresenza dei cellulari dei protagonisti della cena nella zona coperta dalle “celle mappate”) per il giorno 22.11.2013». Impossibile anche questa data: «È stata l’imputata Petescia, la quale ha dimostrato (con produzione documentale, poi confermata dall’accertamento disposto da questo giudice) che in quella data e nell’orario indicato dallo stesso Frattura come quello di svolgimento della cena, il governatore stava partecipando ad una seduta del Consiglio comunale di Termoli».
Numerose le altre incongruenze evidenziate da Petescia durante la conferenza. Tra cui un’altra versione della cena raccontata al pm Nicola D’Angelo dall’avvocato Prencipe, collega di studio di Di Pardo. In questo caso, però, non si parlava di minacce, solo di una proposta di legge sull’editoria consegnata da Papa a Frattura. Prima di cedere la parola ai suoi avvocati Petescia torna al punto di partenza: «Deve darsi atto alla Petescia, scrive Diella a pagina 99, di avere sin dalla memoria ex articolo 415 bis (cioè sin dalle indagini preliminari) cercato di ricostruire (a distanza, si noti, di molti mesi dal fatto) non solo i suoi impegni o spostamenti ma anche quelli di Frattura e, sia pure con evidente maggiore difficoltà di Di Pardo; si tratta di un tentativo che assume ancor più valore ove si pensi che non risulta in atti esservi stato alcun analogo impegno né da parte di Frattura, né da parte del Di Pardo, né da parte degli inquirenti senza che in alcun modo ciò sia stato giustificato da particolari o invincibili difficoltà al riguardo (si pensi, a titolo esemplificativo alle agende istituzionali)».
Precisa in ultimo che i suoi due accusatori, per lei «sono sullo stesso piano» e la loro «credibilità esce distrutta, annientata» dalle motivazioni, sono stati iscritti nel registro degli indagati per calunnia il giorno della lettura della sentenza. E il giudice ha scritto che nel verdetto ci sono motivi di interesse per il pm. Drago, aggiunge Petescia rispondendo alle domande dei colleghi giornalisti, «lo aveva detto in udienza e lo ha fatto (indagare Frattura e Di Pardo per calunnia in caso di assoluzione piena, ndr), chiedendo di non trasmettere gli atti perché era inutile».
Accanto alla giornalista Arturo Messere, Erminio Roberto e Paolo Lanese. Ancora una volta lei ripete: senza di loro non ce l’avrei fatta. Per Messere i momenti salienti della strategia che ha portato alla vittoria sono tre: la scelta del rito abbreviato, «non far fare il confronto che il pm aveva preparato senza dirci nulla e la richiesta della consulenza tecnica».

r.i.

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