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Dimissioni di massa a Castelpizzuto, cade il sindaco Mancini

Dimissioni di massa a Castelpizzuto, cade il sindaco Mancini

È durata solo sei mesi l’avventura di Antonino Mancini al vertice del Comune di Castelpizzuto. Ieri mattina sei consiglieri su dieci, ovvero quasi tutta la maggioranza che lo sosteneva, ha di fatto ‘defenestrato’ il primo cittadino, protocollando dimissioni di massa. A lasciare l’incarico sono stati i consiglieri Sonia Carlucci, Angelo Romano, Daniele Romano, Angelo Tofini, l’assessore Mario Donia e pure il vicesindaco Alessandro Romano. Insomma una sfiducia in piena regola per l’avvocato che l’11 giugno scorso era stato eletto quasi per acclamazione sullo scranno più alto del Municipio. I sei esponenti dell’assemblea, con l’atto firmato da un notaio, hanno quindi determinato la fine in tempi da record del mandato, aprendo la fase del commissariamento.
«Insanabili contrasti con il sindaco», si legge nella loro nota. Una motivazione che non lascia spazio ad alcun ripensamento e che porterà a Castelpizzuto, paesino di circa 150 anime, un funzionario prefettizio a sbrigare l’ordinaria amministrazione.
Accanto a Mancini è rimasto solo Roberto Frangione così come la minoranza, che in questa vicenda non ha scelto di recitare ruoli.
«Un’azione irresponsabile – ha commentato a caldo Mancini, che da 1999 al 2004 era stato il vicesindaco di Antonio Succi – -. Evidentemente non è stata compresa l’innovativa azione amministrativa che avevo posto in essere e che avrebbe prodotto apprezzabili e stabili miglioramenti per il Comune nel medio e lungo periodo».
Molto probabilmente a scatenare l’ira dei suoi ex fedelissimi è stata la posizione del sindaco sull’accoglienza dei migranti.
All’indomani della sua elezione Antonino Mancini dichiarò che il Comune avrebbe aderito allo Sprar, il sistema di protezione dei richiedenti asilo che mette nelle mani dell’ente pubblico tutte le competenze. Il sindaco incontrò anche il prefetto Guida per stabilire il da farsi, ritenendo questo intervento necessario per la giusta integrazione.
«In realtà sul nostro territorio c’è già un Cat e l’idea dello Sprar era tesa a una gestione controllata dei flussi che peraltro avrebbero offerto la possibilità una vera e propria criticità ovvero lo spopolamento – ha proseguito – . In più questo strumento avrebbe prodotto ricadute economiche e occupazionali».

VC

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