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Rocce fuse risalgono dalla crosta al mantello nel Sannio matesino «Nuovi terremoti»

Domenica pomeriggio, 29 dicembre 2013. A casa a giocare con familiari e amici o a messa. Nei centri commerciali per gli acquisti del cenone di fine anno. Alle 18.08 una forte scossa di terremoto cancella il clima festivo. Poi le repliche. L’epicentro, spiega poco dopo l’Ingv, è Piedimonte Matese e la magnitudo 4.9. Il sisma è avvertito distintamente anche a Napoli.
Si pensa al risveglio della famigerata faglia del Matese. Poco più di quattro anni dopo una scoperta scientifica dimostra che non era così. Quella sequenza fu causata dalla risalita di magma, rocce fuse, localizzata in profondità (tra i 15 e i 25 chilometri): fra la crosta terrestre e il mantello.
L’area interessata dalla sorgente è quella che gli scienziati individuano come Sannio-Matese, il centro più vicino è San Gregorio Matese ma la zona interessata è più ampia.
Lo studio firmato Ingv e Università di Perugia, pubblicato su Science Advances, è iniziato perché la sequenza sismica 2013-2014 presentava delle anomalie rispetto ai terremoti dell’Appennino. Questi, nel 99% dei casi, sono provocati dal movimento di placche che, scontrandosi, danno origine alle scosse. Nel caso degli eventi di fine 2013, per esempio, le oscillazioni registrate erano minori del solito (invece che dieci, una o due): come accade nei fenomeni vulcanici.
Non si tratta di una nuova sorgente, chiarisce Giovanni Chiodini (geochimico dell’Ingv), è probabilmente e attiva da un milione di anni. La novità è che il suo movimento è stato scoperto e osservato. Adesso il gruppo di ricercatori, coordinato da Francesca Di Lucci e Guido Ventura (di cui fa parte anche Chiodini), è in grado di affermare che «intrusioni attive di magma sotto l’Appennino meridionale possono dar luogo a terremoti di magnitudo significativa e più profondi rispetto alla sismicità tipica di quell’area». Magnitudo significativa, dunque. Non forte. La magnitudo maggiore registrata nel 2013 fu infatti di 5 gradi (4.9).
«Le catene montuose sono generalmente caratterizzate da terremoti riconducibili all’attivazione di faglie che si muovono in risposta a sforzi tettonici», conferma Di Luccio, che è geofisico dell’Ingv. «Tuttavia, studiando una sequenza sismica anomala, avvenuta nel dicembre 2013-2014 nell’area del Sannio-Matese con magnitudo massima 5, abbiamo scoperto che questi terremoti sono stati innescati da una risalita di magma nella crosta tra i 15 e i 25 km di profondità. Un’anomalia legata non solo alla profondità dei terremoti di questa sequenza (tra 10 e 25 km), rispetto a quella più superficiale dell’area (< 10-15 km), ma anche alle forme d’onda degli eventi più importanti, simili a quelle dei terremoti in aree vulcaniche».
Gli esperti hanno analizzato anche le acque della zona e i dati raccolti mostrano che i gas rilasciati da questa intrusione di magma sono costituiti prevalentemente da anidride carbonica, arrivata in superficie come gas libero o disciolta negli acquiferi di questa area dell’Appennino.
«Questo risultato – aggiunge Ventura, vulcanologo dell’Ingv – apre nuove strade alla identificazione delle zone di risalita del magma nelle catene montuose e mette in evidenza come tali intrusioni possano generare terremoti con magnitudo significativa. Lo studio della composizione degli acquiferi consente di evidenziarne anche l’anomalia termica».
«È da escludere che il magma che ha attraversato la crosta nella zona del Matese possa arrivare in superficie formando un vulcano», aggiunge Giovanni Chiodini, geochimico dell’Ingv.
Se la risalita di magma è continua questo può dar luogo alla formazione di un vulcano e comunque in tempi ‘geologici’. Si tratta però, precisa Ventura a Primo Piano, di «un processo discontinuo, negli anni probabilmente formerà granito, rocce che le persone conoscono perché sono anche di tipo ornamentale».
Il Matese è classificato già come zona a massimo rischio sismico. E la scoperta è destinata a riaccendere l’interesse – e anche l’allarme – fra le popolazioni che vivono nella zona. Immediato, come nel 2013, il pensiero va alla faglia del Matese. Le due cose, però, dice chiaramente Guido Ventura, sono differenti. Il fenomeno scoperto «è un processo indipendente».
rita iacobucci

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