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Emergenza nelle scuole: dalla società normativa a quella affettiva

Emergenza nelle scuole: dalla società normativa a quella affettiva

Nell’arco di poco più di un mese la scuola si è vista al centro dell’attenzione mediatica per diversi atti di violenza: nel casertano una docente di lettere ha subito un taglio sulla guancia per effetto di un coltellino usato da un alunno rimproverato perché avrebbe potuto svolgere meglio una verifica orale; in Puglia un vicepreside, colpevole di un richiamo, si è ritrovato faccia a faccia con dei genitori agguerriti, che lo hanno pestato a sangue alla presenza di altri ragazzi; nel piacentino, ad appena due giorni di distanza l’una dall’altra, due insegnanti si sono ritrovate in ospedale con prognosi di sette giorni ciascuna, la prima colpita da un gruppo di bulletti che le hanno lanciato oggetti di varia natura, la seconda vittima di botte e pugni da parte di un ragazzino di appena 11 anni. L’ultimo episodio risale a un paio di giorni fa: in una scuola media di Cesena un ragazzetto ha sferrato un pugno in faccia alla sua professoressa. In tutti i casi la famiglia si è schierata a favore dei propri figli contro i “soprusi” della istituzione scolastica, denunciando addirittura querela. Imitazione o emulazione? Incredibile! Una vera e propria rivolta contro la scuola ed un gap sproporzionato tra le parti che ne costituiscono l’ossatura: l’istituzione e la famiglia.
Si fa fatica a credere che il contrasto nasca dall’incapacità di gestire un rifiuto o che incomprensioni ed incomunicabilità siano diventati fattori divisivi tanto diffusi nelle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado.
In un interessante e provocatorio volume, apparso in Francia nel 2014 e dedicato alla famiglia ed alla genitorialità (Qu’est-ce qu’une famille?), il filosofo Fabrice Hadjadj si sofferma sul tema dell’autorità genitoriale, definendola una genitorialità “senza competenza”. Il genitore, egli sostiene, non è un esperto, non deve progettare nulla, ma partire dal dono come bene in sé, accogliendolo come l’irruzione di qualcosa di non programmabile. In altri termini il bene della famiglia non è il prodotto di un progetto. Infatti un genitore non ha un brevetto o un diploma che attesti la sua genitorialità, lo è a prescindere da tutto, anche nella sua totale inesperienza e fragilità di uomo o di donna. Vanno aggiunti, poi, tutti i vortici di cambiamento, maturazione e condizionamenti vari che si innescano nella condizione delicatissima della maternità e della paternità, tanto che possiamo tutti essere d’accordo sul fatto che la vita umana genera chi l’ha generata. Diverso è il caso di chi desidera e progetta un figlio, cosa oggi possibile per le motivazioni più varie, ed anche se lo si immagina in un certo modo, quell’immaginazione tuttavia non produce la realtà, ma serve solo ad attenderla. E’ vero, sembra di progettarla, ma diventa una trascendenza incalcolabile, impossibile da anticipare, destinata a modificare di sicuro ogni progetto avviato. Quindi il filosofo ci spinge a pensare che l’educazione familiare non possa essere un progetto, ma solo una comunicazione del bene.
Tutto quanto argomentato sulla genitorialità non vale in alcun modo per l’istituzione scolastica. Essa, al contrario, si fonda su esperti, professionisti nel campo dell’educazione, che, per competenze acquisite e per obiettivi programmati, hanno il compito di elaborare un progetto formativo e portarlo a conclusione nei tempi e secondo le modalità stabilite. La scuola può essere buona se si tiene fedele alla promessa che il punto di arrivo sia un sistema che permetta di progettare ciò che insegna con una forte attenzione ai bisogni educativi delle famiglie e del territorio in cui opera. Deve quindi per sua natura essere un’autorità educativa, che non può permettersi il lusso di avere uno spirito libertario trasgressivo ed irrisolto, che debba essere senza semplificazioni ed eccessi, capace di far fronte ad una società in continua trasformazione, dominata dall’inesorabile meticcio culturale del mondo globale. Alla scuola, inoltre, è anche demandato il compito di fronteggiare il forte disagio che si manifesta già nei rami più bassi del sistema nelle forme più diverse: rifiuto dell’apprendimento, depressione, aggressività, bullismo…. Benché i ragazzi trascorrano per lo più solo la prima parte della giornata a scuola, l’esperienza scolastica attraversa l’intera giornata. Essa è il perno della loro vita: il tempo di scuola è tempo di vita. E’ nella scuola che assemblano faticosamente le tessere del mosaico mobile della loro identità, il che non avviene mediante un processo lineare: progressi, indietreggiamenti, continuità, improvvise rotture determinano spesso problematiche inversioni di rotta. Quello della scuola è il tempo in cui il ragazzo offre a ciascuno un volto diverso: uno per i genitori, uno per gli amici, uno per ciascun insegnante. Di fronte a questo magma in ebollizione la scuola deve o non deve intervenire in maniera decisa?
Tra i segnali più forti che qualcosa occorre fare vi è certamente il rilancio del patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia, che rimanda ad una visione condivisa di scuola e di educazione. Se i ruoli formativi non sono più così chiari come una volta ed i confini tra una “agenzia” e l’altra si spostano continuamente, ciò può essere visto anche in senso positivo, come qualcosa da ricostruire nel rimettere al centro lo studente e la sua “umanità”. E’ quello che suggerisce papa Francesco, quando bandisce ogni strumento burocratico e di garanzia, auspicando un chiaro e sensibile nuovo umanesimo, che fissa ogni obiettivo sul comportamento etico, virtuoso ed eccellente dei ragazzi in formazione. La violenza si impara, non è solo innata ed il mondo che circonda i ragazzi di oggi è molto violento, sia nelle parole, che nei pensieri e nelle azioni. Gli adulti non offrono modelli positivi e se ne devono assumere ogni responsabilità. La percezione di aver smarrito i punti di riferimento necessari per orientarsi e di non poter più disporre del ricco patrimonio accumulato negli anni genera comprensibilmente nostalgia del passato. Ma la nostalgia ed il rimpianto non sono quasi mai sentimenti costruttivi. Va dunque riguadagnata la consapevolezza del progetto formativo da parte della famiglia, che è consapevolezza del nesso esistente tra la pratica e la teoria dell’educazione, da una parte, e una visione dell’essere umano e della realtà, dall’altra. Mancando di rigore nell’istituire un rapporto intellettuale con l’alunno, l’istituzione scolastica si sottrae al rapporto con l’alunno dal punto di vista pedagogico e morale, cioè non è in grado di entrare in rapporto con la sua libertà, con la rete delle sue motivazioni profonde. All’appuntamento educativo cruciale mancano quindi la generazione adulta, il Paese, l’auctoritas, che certo non può essere sostituita dalle regole e dalle procedure, che fanno solo da impalcatura legale alla convivenza di centinaia di ragazzi nella stessa scuola. E’ necessario dunque recuperare il prima possibile la fiducia nella Scuola, perché di sicuro i ragazzi, illanguiditi e flosci, imparano fuori e nel contesto familiare atteggiamenti deviati, quando ancora non sanno che si tratta di vizi: tali difetti non li ricevono dalla scuola, ma ve li portano.
Michele Moffa (prof ITST  G. Marconi Campobasso)

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