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Mino Pecorelli voleva tornare a Sessano, il ricordo della sorella

Mino Pecorelli voleva tornare a Sessano, il ricordo della sorella

Chi era Mino Pecorelli? Per la presidente dell’Ordine dei giornalisti del Molise Pina Petta «un segugio della notizia, un collega morto nell’esercizio delle sue funzioni». Per il sindaco di Campobasso Antonio Battista «un figlio di questa terra che non possiamo dimenticare». Più intimo il ricordo della sorella, la coraggiosissima Rosita che per difendere l’onore del fratello si è battuta in tante aule di tribunali, sfidando i ‘poteri forti, anzi fortissimi’ proprio come aveva fatto lo scrittore, avvocato e giornalista originario di Sessano del Molise.
«Mino era generoso, attento, accorto, affettuoso, altruista: è stato un fratello, un padre e un amico». Rosita a Campobasso partecipa all’incontro organizzato dall’Ordine dei giornalisti del Molise. Seduta accanto al professore dell’Unimol Pardini, racconta gli ultimi giorni di vita del fratello «che aveva subìto già minacce, si sentiva in pericolo e sapeva di essere seguito». Rivela che se non fosse stato assassinato «sarebbe tornato in Molise, perché era molto legato alla sua Sessano: si sarebbe messo di fronte al camino della casa in paese». Era fatto così Pecorelli, capace di entrare – attraverso le sue fonti – nella stanza dei bottoni di un’Italia in cui i rapporti tra Stato e mafia erano poco chiari e nel contempo di isolarsi in compagnia degli amici di infanzia, di chi gli stava vicino senza fargli pesare quei ‘segreti’ che lo hanno condannato a morte. Con Rosita c’è Claudio Ferrazza, l’avvocato che insieme alla famiglia Pecorelli le ha provate tutte per far emergere la verità tra P2, Mafia, Andreotti, la massoneria, Licio Gelli, la Banda della Magliana e «quei segreti di Stato – dice – che evidentemente qualcuno aveva paura potesse rivelare» perché Pecorelli era a conoscenza di scandali e retroscena che avrebbero potuto cambiare la storia del Paese.
Intimo anche il ricordo di Giovancarmine Mancini. «Quando ero piccolo – dice – venivo svegliato dalla fragorosa risata di Pecorelli che tutte le mattine, puntuale alle 6.30, veniva a casa mia e faceva colazione insieme a mio padre. Erano molto amici e quelle scene non le dimenticherò mai. Così come non dimenticherò mai il processo di Perugia (quando la Corte d’Assise d’Appello condannò Andreotti e Badalamenti come mandanti dell’omicidio, poi scagionati dalla Corte di Cassazione che annullò la sentenza, ndr) un ricordo indelebile per chi come me ha scelto l’attività forense».
Erano gli anni di piombo. Pecorelli venne assassinato il 20 marzo del 1979 da un sicario a Roma in via Orazio. «Per i colleghi del tempo era una pecora nera da cui stare lontano», la testimonianza di Paolo Patrizi, giornalista e amico del fondatore di Op-Osservatore politico. L’agenzia in quegli anni – poi trasformata in periodico – «rappresentava invece un vaso di pandora da dove fuggivano i venti».

p.b.

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