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Campobasso, soldi e terreni per un impianto mai realizzato: condannati per truffa

Promettevano soldi più o meno facili, comunque grossi guadagni. Fai un piccolo investimento, se hai un terreno ce lo cedi ed entri nell’affare: costruiamo un impianto a biogas. Il tempo di ingranare e piovono profitti. Più o meno così dicevano ai tanti molisani avvicinati: proprietari terrieri, agricoltori o solo persone temporaneamente senza lavoro. Della centrale sbandierata nemmeno l’ombra. Né nel Fortore, dove in molti sono caduti nella rete, né altrove. Per il Tribunale di Campobasso, che li ha condannati a fine luglio, Antonio Sabino Mastrapasqua e Giuseppe De Bennardis sono truffatori.
Questa storia, ricostruita dalla Guardia di Finanza del capoluogo in seguito alla denuncia di una ventina di persone, comincia nel 2012. I due, imprenditori nel settore delle rinnovabili, prendono contatti e incontrano agricoltori molisani proponendo la partecipazione al progetto Febes: produciamo energia con le alghe e guadagniamo tutti. Per i Comuni, aggiungono, ci sono le royalties. Un buon affare non solo per chi lo fa, ma pure per le comunità e le casse – sempre più in rosso – degli enti locali. Per aderire al progetto chiedono ai privati, però, somme considerevoli – più o meno 5 o 6mila euro in media i soldi che i raggirati hanno versato – per commissioni e anticipi. Il giro man mano si allarga e i due incassano. Ma dell’avvio dei lavori non si sa nulla. O meglio, si sa quello che i due raccontano: intoppi, ritardi, variazioni ma tutto procede, assicurano. A qualcuno che comincia a dubitare mostrano progetti, organizzano incontri facendo intervenire tecnici e ‘personalità’. Mostrano progetti simili: ecco, questo è l’impianto che abbiamo realizzato in Puglia, o in Basilicata. Cose del genere. C’è chi resta calmo e fiducioso. E c’è chi comincia a farsi domande. A farle nell’ambiente. I rapporti con Mastrapasqua e De Bennardis in alcuni casi si fanno tesi. Un gruppo di persone si rivolge alle forze dell’ordine. Parte l’inchiesta della Finanza che, a maggio 2014, denuncia i due per truffa. Passati al setaccio i contratti firmati con i promotori del progetto Febes, i militari del Nucleo di polizia tributaria concludono che sono viziati, contratti capestro. Clausole e postille che permetterebbero ai due di uscire indenni dal punto di vista del diritto civile quando sarebbe diventato chiaro che nessun impianto è stato costruito né lo sarà mai. Secondo il contenuto di quegli atti, la responsabilità non è loro. Non solo. Le Fiamme Gialle hanno scoperto pure che nessuna richiesta di autorizzazione o “connessione” è stata avanzata ai gestori di Rete nazionale, né esistono le convenzioni che i due denunciati hanno dichiarato di avere. Intanto, però, hanno messo le mani su almeno 200mila euro (95mila già intascati). L’attività di impresa connessa al progetto Febes, emerge sempre dalle risultanze dell’inchiesta, è cessata da tempo. Il progetto stesso di fatto è irrealizzabile. Altro che energia dalle alghe di acqua dolce!
Per chi ci è cascato quella non è la fine di un incubo, è l’inizio. Rabbia, delusione e vergogna per essersi fatti raggirare. Chi ha scelto di denunciare però ha almeno la ‘consolazione’ di aver fatto la cosa giusta affinché venga acclarato che si tratti di truffa e siano accertate le responsabilità. Parti civili nel processo, i 20 denuncianti sono stati assistiti da due avvocati calabresi esperti in materia, Mariantonietta Demingo del foro di Castrovillari, Gaetano Catera del foro di Cosenza e Floriana Florio del foro di Larino.
A luglio, il giudice D’Onofrio ha condannato gli imputati alla pena di 10 mesi di reclusione, al risarcimento del danno nei confronti dei cittadini truffati costituitisi parti civili e al pagamento delle spese processuali. Le motivazioni chiariranno meglio molti aspetti di questa vicenda. E, naturalmente, per gli imputati c’è la possibilità di dimostrare la propria innocenza in appello. Ora però siamo alle risultanze del primo processo.
La ‘truffa del kilowatt’ è probabilmente molto più estesa di quanto finora venuto a galla. Perché i soggetti avvicinati sono tanti: una settantina nel solo Fortore. In tanti si sono fidati anche perché a far da tramite c’erano persone che consideravano attendibili e rispettabili. Come, ad esempio, l’allora vicesindaco di Tufara, che ha convinto diverse persone ad aderire e risulta tra quelle truffate.
Di Febes si parlò sui social e su alcuni organi di informazione nei mesi in cui Granarolo voleva portare in Molise l’iniziativa Gran Manze. Iniziativa, va chiarito subito, che nulla ha a che fare con Febes né coi suoi ideatori condannati a luglio.
Sostenitore della bontà del progetto Gran Manze, l’allora senatore del Pd Roberto Ruta. Finì sulla graticola per questo, il fronte del no – che poi vinse la battaglia – fu compatto e irremovibile. Contro Ruta montò anche una polemica più personale e fastidiosa che potrebbe aver assunto i contorni di una beffa: qualcuno sosteneva che suo fratello avesse interessi nell’affare Gran Manze. Il parlamentare del Pd smentì categoricamente a La Gazzetta del Molise, che aveva pubblicato un articolo sulla faccenda, spiegando con una nota che «il contratto effettuato al committente, Pierluigi Ruta (fratello del senatore) riguarda una società privata che vuole realizzare un impianto a biogas con una vasca di 10 metri di diametro in agro di Casacalenda su un terreno opzionato per il solo diritto di superficie». Nello stesso articolo del 17 ottobre 2013 anche Pierluigi Ruta spiegò a La Gazzetta del Molise che «il progetto Febes, di cui fa parte, vede coinvolte circa 300 aziende agricole dislocate prevalentemente tra Molise, Puglia e Basilicata ed ha come obiettivo la produzione di integratori alimentari per zootecnica ad alto valore nutrizionale, più specificatamente un mangime melassato ad alto contenuto lipidico». E ancora, aggiungeva il senatore, «per i primi sette anni mio fratello, per una iniziativa privata, non percepirà alcun reddito dall’impianto perché c’è la cessione del credito in favore della ditta fornitrice dell’impianto stesso. Dall’ottavo anno in poi percepirà il reddito derivante dal corretto funzionamento dell’impianto detratti i costi della materia prima, della manutenzione e il costo del terreno opzionato da pagare». Una vittima anche Pierluigi Ruta, forse.
Del progetto Febes nessuno ha sentito più parlare né, soprattutto, se ne sono visti i frutti. Nemmeno su internet ci sono grandi tracce. Mastrapasqua e De Bennardis invece risultano ideatori di un altro più recente progetto: si chiama Atargatis, è nato ufficialmente a Trani nel 2015. Di che si tratta? Lo spiega un articolo comparso su Futuromolise: «Convertire un appezzamento di terreno improduttivo in una piccola azienda agricola di mangimi animali di alta qualità, con digestione degli scarti prodotti, produzione di biometano e anidride carbonica». Il 4 ottobre 2015, il consorzio fra 382 soci, a inizio 2016 – si legge ancora su Futuromolise – «verrà attivato il primo impianto. A sovrintendere il progetto c’è la Terraenovum e il suo ideatore, Sabino Mastrapasqua. Sono proprietari di terreni o semplici soci coloro che diventeranno un soggetto unico. Si tratta di imprenditori provenienti da Puglia, Sardegna, Molise e Basilicata e fra questi 170 impegnano 10-12 ettari del proprio terreno per far nascere l’impianto, con la holding che garantisce l’assistenza necessaria al funzionamento».

ppm

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