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Isernia maglia nera per reddito pro capite, la crisi non è finita

Isernia maglia nera per reddito pro capite, la crisi non è finita

Che Isernia versi oggi in condizioni pressochè disastrose e irreparabili è ormai noto. Sulla bocca di tutti c’è il fatto che il capoluogo pentro è rimasto tale solamente in quanto emblema cardine di una crisi che attanaglia il nostro Paese. E come in ogni momento difficile a farne le spese sono i piccoli centri, quelli che un tempo erano rinomati per tranquillità – dal punto di vista lavorativo e non – e possibilità di un futuro prospero. Uno studio effettuato dal Sole 24 ore ha rivelato che, nonostante gli annunci di un’Italia in crescita negli ultimi anni – forse fatti più per rassicurare i mercati che i cittadini in difficoltà – il reddito degli italiani continua ad essere lontano da quello pre-crisi del 2008. Il valore medio dichiarato è di 25.170 euro, ma a farne le spese è ancora una volta il mezzogiorno: lo scarto tra cima (Milano, 34mila) e fondo (Barletta, 16mila) è di 18mila euro. In questi anni il trend degli introiti nelle città capoluogo di provincia è -1,92% e a mettere in risalto il problema della disoccupazione giovanile è il rapporto tra il numero di contribuenti e gli abitanti. La media nazionale è di 66 contribuenti ogni 100 abitanti, al Sud dichiara al fisco solo il 50%. A destare scalpore, però, è lo scivolone di Isernia che risulta la peggiore su tutto il territorio nazionale, registrando un -9,39%, davanti Crotone (-7,97%) ed Agrigento (-7,09%). Il segno meno appare in 91 capoluoghi su 108, compresi Roma (-4,09%) e Milano (-1,37%). Gli incrementi dei redditi medi sono davvero pochi: il primato lo detiene il nord-est dove sul gradino più alto sale Trieste (+2,15%), seguita da Belluno (+2,06%). Curioso il balzo dell’Aquila (+5,64%), che però si spiega con il fatto che l’anno su cui viene fatto il confronto è quello del terremoto. In affanno Isernia, con un record negativo che mette in luce le difficoltà della provincia dopo la chiusura dell’Ittierre, un’azienda che trainava l’economia del territorio con oltre mille dipendenti e un’indotto che coinvolgeva circa 3mila persone. Le istituzioni, dopo numerosi ma vani tentativi non sono riuscite a trovare una via risolutiva.
Una soluzione che non si riesce a trovare neanche per le aziende del metalmeccanico dell’area industriale di Pozzilli, settore strettamente legato alle vicende riguardanti lo stabilimento Fca di Termoli. A testimoniare ciò che i dati hanno rivelato è anche il responsabile della Cgil, Giuseppe Tarantino: «Negli ultimi dieci anni abbiamo perso mille posti di lavoro. Inoltre – prosegue – l’area di crisi non porterà grandi risultati, poichè parliamo di circa 20 aziende per 300 addetti di tutti e tre i settori interessati. Dunque non abbiamo enormi speranze per poter rilanciare le nostre imprese e l’occupazione». Poi l’ennesimo appello alla regione al fine di aprire un tavolo per capire quali sono i programmi e quali saranno gli investimeti sul territorio per rilanciare l’economia molisana: «Abbiamo chiesto ai vari governi, da Iorio a Frattura, ed oggi lo ribadiamo anche a Toma, che la chiave per sbloccare la situazione può arrivare dallo stabilimento Fca di Termoli, cercando ci creare un indotto per dare respiro alle imprese a ai lavoratori». Non bastano però gli appelli per sanare questa ferita che ha colpito il cuore dell’economia del territorio isernino, servono piani di rilancio per attirare investitori che oggi vedono il capoluogo pentro come l’ultimo posto dove poter investire. Ma non solo: oggi sono costretti ad andar via i giovani in cerca di maggiori possibiltà per studiare e lavorare, il che significa che per Isernia il futuro è più incerto che mai. Però a spostarsi sono anche gli over 50, costretti a cambiare vita in cerca di un impiego stabile. Assurdo per una provincia che aveva scommesso di poter diventare un fiore all’occhiello del centro-sud e che oggi si ritrova in balia di se stessa. Un luogo dove gli anziani saranno sempre di più ed i giovani sempre di meno.
Matteo Mangione

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