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Opere ferme e imprese in affanno, Ricci tuona: «Dalla padella alla brace»

Opere ferme e imprese in affanno, Ricci tuona: «Dalla padella alla brace»

Amministra un piccolo comune, ma anche da questo osservatorio – che in Molise è privilegiato visto che i centri di piccole dimensioni rappresentano l’ossatura istituzionale e sociale della regione – coglie immediatamente i segnali di un impoverimento assai preoccupante del Paese.
Marciano Ricci, patron di Europea 92 (impresa specializzata in grandi opere e infrastrutture) e sindaco di Montaquila da giugno 2018, spesso sui social esprime tutto il suo allarme per i negozi che chiudono, per le imprese che non lavorano e i posti di lavoro che di conseguenza vengono persi.
Non ci siamo, si può sintetizzare così il suo pensiero sull’azione del governo nazionale in carica.
Un commento articolato che Marciano Ricci ha rilasciato al quotidiano ‘L’Opinione’ diretto da Arturo Diaconale.
In particolare, Ricci non si fida del governo e del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli quando promettono di cambiare il Codice degli appalti. A chiedere di smantellare il provvedimento è il movimento di imprenditori “Ora Basta!” cui fa riferimento anche il patron di Europea 92.
«Sono le solite bufale pre-elettorali dei politici. Ora ci sono in ballo le europee e fioccano le promesse concilianti. Fanno finta di stare a sentire. Poi, una volta passate le elezioni torna tutto come prima, cioè nell’immobilità. Oramai non ci incantano più con le promesse», dice. Il dato di fatto incontrovertibile, prosegue, è che «le opere pubbliche sono ferme tutte al palo. Come era d’altronde anche con il ministro Graziano Delrio. Solo che questo governo è pieno di incompetenti. Ad esempio io non posso fidarmi dell’attuale ministro delle Infrastrutture che sembra non distinguere la rete ferroviaria da quella stradale», accusa.
Favorevole alla Tav, come lo era – precisa – al ponte sullo Stretto di Messina: «Non fare queste opere costa più che farle. Le penali e le progettazioni si pagano comunque. Forse questo non rientra però nella vulgata delle varie analisi costi benefici». Negativo il suo giudizio su Toninelli, ribadisce che le cose, se possibile, peggioreranno perché «con l’attuale ministro non poteva capitarci di peggio. Di infrastrutture non ci capisce niente. Siamo caduti dalla padella nella brace…».
Il tutto in un clima che ha ingiustamente criminalizzato, senza alcuna logica, gli imprenditori negli ultimi anni: «Sembra che imprenditore e corruttore siano sinonimi. Ora se l’Anac parte da questo presupposto il problema lo aggrava. La cosa strana con l’Anac è che se uno gli scrive neanche si degna di rispondere, ad esempio per chi chiede chiarimenti su procedure da seguire o meno». Col risultato, tira le somme Ricci, che «il 70% delle grandi imprese di infrastrutture, Astaldi, Condotte, Grandi opere, Cooperative stanno in concordato preventivo. Solo nell’ultimo anno nel settore si sono persi 100mila posti di lavoro cui devono aggiungersene molti di più nell’indotto… e questi ci promettono un nuovo Codice? Ma come facciamo a fidarci?».
All’imprenditore e primo cittadino di Montaquila, però, non è venuta a mancare la voglia di fare e di proporre alternative a questo stato di cose. Nonostante la profonda conoscenza delle cause che stanno mettendo a repentaglio il sistema produttivo italiano. «Il problema è la pubblica amministrazione che non paga o lo fa con ritardi enormi e questo manda con le gambe all’aria le grandi imprese come quelle che ho su nominato e queste ultime si trascinano dietro a cascata tutta la filiera. Questo porta alla morte del settore e alla perdita di posti di lavoro che diventa persino difficile da calcolare. Per di più ormai le banche non ci fanno credito e pretendono praticamente la garanzia statale per permetterci di lavorare. Se lei mi chiede cosa si potrebbe fare le rispondo così, con una sfida: quei soldi che si danno a provvedimenti assistenzialisti come il reddito di cittadinanza li mettano invece a garanzia dei pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese, di tutti i tipi, non solo del mio settore e così le banche potrebbero tornare a non avere il “braccino corto”». Sarebbe, conclude, almeno «una grande boccata d’ossigeno. E se aggiungessimo pure il taglio di quel maledetto cuneo fiscale allora sì che il circolo da vizioso diventerebbe virtuoso e attrarremo anche i “famosi” capitali esteri che al momento si tengono lontani dall’Italia se non per mangiarsi in un sol boccone le imprese in crisi».

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