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Bando indigesto, Amadori rinuncia a costruire il macello

Bando indigesto, Amadori rinuncia a costruire il macello

Il bando per la vendita del secondo lotto dei beni dell’ex Arena, atteso da mesi, è arrivato. Contiene clausole che Amadori ritiene inaccettabili. Al tavolo del Mise sono volati aggettivi più pesanti, forse ‘vergognose’. Quindi, hanno detto i vertici dell’azienda di Cesena a Roma (alla riunione c’era fra gli altri l’amministratore Berti), a queste condizioni niente macello. La seconda parte del progetto di rilancio contenuto nell’accordo firmato proprio in via Molise a fine febbraio 2017 resterà sulla carta, un’intenzione. Che Amadori potrà dire di aver perseguito ma che ha dovuto abbandonare per responsabilità di altri.
Cosa c’entra il secondo lotto con Amadori? Accanto alla porzione di fabbricato acquistata dai romagnoli col primo lotto (che comprendeva pure incubatoio e allevamenti), c’è la divisione alimentare. Collegata funzionalmente all’ex macello. Di qui il problema delle interferenze: se non si risolvono, si era riservata l’azienda nelle intese siglate due anni fa, niente macello. E non sono state risolte. Inoltre, l’uso dell’acqua, del depuratore sono condizionati all’Itam, sulla cui proprietà si trovano. L’utilizzo da parte di chi acquista il secondo lotto di Arena è condizionato dalle necessità dell’Itam. Quali necessità? Sembra il teatro dell’assurdo perché Itam è fallita, chiusa e sbarrata da anni. Ma la legge è formalità. Insomma, un gioco dell’oca infinito. Che però era noto da due anni e più.
Evidente che Amadori voglia acquisire anche il secondo lotto. Per completare l’investimento (anche se le intese firmate con Mise e Regione non contemplano quella parte di edificio) ed evitare di ritrovarsi vicini scomodi. La presenza di Aia a Larino – primo produttore dell’avicolo in Italia che ha dovuto rivedere i suoi piani proprio perché Amadori si aggiudicò il primo lotto nel 2016 a suon di rilanci contro gli abruzzesi della Dasco che (nell’ambiente lo sapevano tutti) erano pronti a lavorare in proprio e per conto di Veronesi – probabilmente non fa stare tranquillo Amadori.
I vertici del gruppo ieri, all’incontro cui hanno preso parte anche i parlamentari (fra gli altri Federico) hanno anche lamentato che numerosi lavoratori hanno rifiutato l’offerta per l’incubatoio che ha riaperto a gennaio. L’offerta parla di un contratto da avventizi, mediamente 5-600 euro al mese, ma certo anche questo era noto perché messo nero su bianco nell’accordo che i sindacati due anni fa hanno firmato.
A un mese dalla scadenza della cassa integrazione, questa notizia è un macigno per i lavoratori. La proroga di altri sei mesi, senza un’azienda che confermi un piano di rilancio, è un’ipotesi remota.
Per questo, sindacati e Regione – pur se spiazzati dalle dichiarazioni di Amadori – hanno chiesto di tenere aperto il tavolo e provare a trovare una soluzione. Che potrebbe essere la revisione del bando preparato dalle procedure concorsuali per il secondo lotto. Ma come motivarlo? Con le criticità prospettate dal proprietario del primo lotto? E questo proprietario rispetto alla vendita attuale non è un soggetto privato come gli altri?
Il governatore Donato Toma è uscito dalla riunione preoccupato. Non gli sfugge che la situazione è grave. «Non è bella, è vero», ha ammesso. La Regione, per parte sua, ha mantenuto tutti gli impegni previsti dagli accordi del 2017 rispetto al macello. Lo ha fatto anche in anticipo sulle attuali scadenze: ha ottenuto il via libera da Bruxelles e appostato le risorse per il cofinanziamento. Di questo i rappresentanti dell’azienda hanno dato atto ieri. Anche se della dichiarazione che hanno fatto non avevano avvisato nessuno. Un fulmine a ciel sereno. Meglio, visto che le incertezze sul macello non sono mai state superate, una goccia fredda, gelata.
In pratica Amadori dice oggi che non può aspettare più: non ha trovato location alternative che rispettino il vincolo dell’area di crisi, a Monteverde – visto anche il bando del secondo lotto – non è possibile riaprire il macello e quindi non può organizzare la filiera in Molise. Il corollario di questa posizione è che bisogna trovare altrove le responsabilità. I sindacati restano in silenzio.
Il presidente della giunta intanto precisa che «il tavolo è rimasto aperto». Di qui a una settimana, aggiunge Toma, «dobbiamo trovare una soluzione. Stiamo cercando di capire con i tecnici come superare questa difficoltà con l’interlocuzione con le procedure fallimentari. L’azienda alla riunione ha espresso tutte le sue preoccupazione e il serio dubbio se continuare l’investimento. Non è nei poteri della Regione superare e risolvere le criticità che lamenta ma senza dubbio porteremo un’azione di moral suasion». Filtra dal tono la delusione: «Sono deluso – conferma – ma non mi posso abbattere».

rita iacobucci

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