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Niro lancia la sfida a Salvini: «La Lega ci massacra. Il voto dirà chi ha ragione»

Niro lancia la sfida a Salvini: «La Lega ci massacra. Il voto dirà chi ha ragione»

Le comunali di Campobasso diventano il giro di boa. Vincenzo Niro, coordinatore dei Popolari per l’Italia, distingue i due piani: la Regione e la maggioranza uscita dalle urne del 22 aprile 2018 non sono in discussione. Ma allo stesso tempo non nasconde che le urne del 26 maggio faranno da spartiacque. «Penseranno le urne a sistemare gli equilibri interni», dice.
Alle europee non sarà candidato, lavorerà per la lista Popolari per l’Italia e il presidente Mauro: «Sono rispettoso del mio territorio e delle gerarchie di partito», spiega.
Si dedica, quindi, al fronte aperto con la Lega. L’assessore alle Infrastrutture e ai Trasporti non risparmia frecciate a Forza Italia. Il centrodestra ‘blasonato’ che dalle regionali in poi sembra esercitare una golden share nello schieramento.
Insieme ai Popolari per l’Italia, contestano il metodo che ha portato all’indicazione di Tramontano in quota Lega per Palazzo San Giorgio, l’Udc, Prima il Molise, Democrazia popolare, il Popolo della famiglia, le civiche Campobasso al centro e Campobasso del futuro. Il loro nome è Corrado Di Niro.
Assessore, andate spaccati alle elezioni comunali del capoluogo perché non volete più stare alle decisioni dei soci con poteri speciali?
«Guardi, noi non abbiamo condiviso l’imposizione della Lega. Abbiamo sempre sostenuto che si dovesse tener conto del lavoro dei tavoli locali. Per questo non comprendo la fuga in avanti compiuta fregandosene della città di Campobasso e decidendo altrove. Si dovrebbe riaprire il tavolo comunale per valutare le proposte in campo, si tratta di elezioni comunali e non decisioni nazionali o regionali».
Il tavolo comunale ha lavorato fino al giorno in cui, quasi nelle stesse ore, ad Arcore però si decideva che il candidato sindaco del capoluogo andasse alla Lega e quello di Termoli a Forza Italia.
«Ci sono i verbali del tavolo comunale, le varie proposte dei partiti e dei movimenti. Per esempio, la mia di fare le primarie, che è stata respinta. Se le avessimo fatte il 7 aprile, oggi avremmo un candidato sindaco. Come peraltro avvenuto a Foggia, a Bari, dove al tavolo non era emersa la possibilità di fare sintesi».
Così non è e se non si troverò una mediazione dell’ultima ora, ci saranno due proposte di centrodestra il 26 maggio. La vostra in cosa si differenzia da quella del centrodestra ‘blasonato’?
«A noi non interessa lavorare sul nome del candidato. Continuiamo a lavorare su un progetto di rilancio e risveglio di Campobasso. Partiamo da un progetto programmatico, chi lo sostiene poi sceglie il nome che può interpretarlo al meglio. Partire, al contrario, dal nome è una vergogna».
Cosa accadrà in Regione dopo il voto di maggio?
«Io vedo un’evoluzione sullo scacchiere europeo e nazionale. Una scomposizione delle forze politiche storiche, con la sinistra nel Pse e la destra rappresentata da Lega e Fratelli d’Italia. Il centro vero è sparito, la stessa Forza Italia è una forza liberale. Il popolarismo è scomparso e ha lasciato spazio ai populisti. Se lei si riferisce all’amministrazione regionale, io non credo che il Consiglio possa entrare da protagonista in una dinamica che è locale e riguarda il Comune di Campobasso. Sono sicuro, questo sì, che il presidente Toma – che rappresenta tutto il centrodestra – saprà tenere la barra dritta e la coalizione in equilibrio. Non credo sposerebbe un sistema che impone. Ma d’altro canto il centrodestra che ha vinto alle regionali è preso a riferimento, un esperimento politico a cui si guardaۛ».
Le imposizioni sono quelle della Lega? Un alleato che fa pesare sul tavolo il consenso del leader nazionale…
«Di questa imposizione la Lega si assume la responsabilità, così come delle conseguenze. Mi chiederei però anche come mai a distanza di nove mesi dalle regionali il partito di Salvini non ha più esponenti in maggioranza».
Le ex leghiste hanno chiesto una verifica di maggioranza. Lei sostiene questa loro richiesta?
«La richiesta è nelle loro prerogative. La verifica serve a fare chiarezza su chi sta nel perimetro del centrodestra».
Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia: hanno deciso a Roma, meglio ad Arcore. Questa è una golden share.
«Guardi, alle regionali i Popolari per l’Italia e l’Udc furono chiamati a esprimersi. Oggi, invece, non siamo stati interpellati nemmeno. Ribadisco che per le amministrative sono i tavoli locali a dover definire programmi e candidature. A livello nazionale, tuttavia, non siamo stati affatto considerati e l’ho ritenuto gravemente lesivo, due forze politiche nazionali vengono bistrattate. Anche su questo, comunque, parleranno le urne».
Non temete il confronto con l’onda, come anche lei l’ha definita, populista che sta premiando la Lega?
«Alle regionali del 2018 l’area moderata che prima si ritrovò nell’appello al giudice Di Giacomo e poi fece sintesi sul nome del governatore Toma ha portato alla coalizione 35mila voti, al di là del consenso di opinione riversato sulla Lega. Oggi lo scenario è diverso…».
Lei pensa? E perché?
«Solo qualche esempio. Siamo stati massacrati dalla Lega sulla sanità, con un commissariamento esterno disposto come fosse Toma il responsabile del disastro degli anni passati e adesso invece è la Lega a blindare De Luca in Campania. Il governo di cui fa parte il Carroccio, inoltre, ci impugna le leggi e commissaria anche la ricostruzione post sisma. Questa è la Lega che dovrebbe tutelare il Molise visto che ha un assessore nella giunta regionale? La scelta sulle amministrative, infine, non si fa come su un pallottoliere: Campobasso a me e Termoli a te. Niente imposizioni, al popolo non piacciono».
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