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Autonoma, indipendente e politica ‘free’: Coppola racconta la sua Unimol

Autonoma, indipendente e politica 'free': Coppola  racconta la sua Unimol

Di Avellino, ci tiene a dirlo. Raffaele Coppola, da Avellino, all’Università del Molise arrivò a novembre del 1988 come ricercatore. Direttore del dipartimento di Agraria e ordinario di Microbiologia agraria, coordinatore di numerosi progetti di ricerca internazionali e nazionali. È stato anche vicepresidente e poi commissario della Provincia di Avellino. Personalità poliedrica: nel 2011 interpreta un esperto biologo alimentare, praticamente se stesso, nel film Mozzarella story di Edoardo De Angelis.
Da buon… campano (non ditegli mai napoletano, per favore), una chiacchierata la abbina a un buon caffè. Dalla sua stanza passa a quella utilizzata per le riunioni con lo staff. L’andirivieni è costante. Coppola è abituato. Una battuta e una risata, ma non perde il filo del confronto. Che parte da una domanda poco conciliante ma che si impone. Sei anni fa si è candidato alla guida dell’Unimol contro Gianmaria Palmieri, che vinse. Oggi il prof di Microbiologia agraria ci riprova, l’8 maggio il voto sulla sfida con Luca Brunese.
Professor Coppola, è alla seconda candidatura da rettore. Stavolta è stato più facile o più difficile accettare l’invito della squadra che la sostiene a scendere in campo? Intendo dire che l’altra volta ha perso…
«Non ho perso. L’altra volta non ho vinto. E i numeri non sono stati così sfavorevoli, considerando anche il fatto che venivo da altre esperienze. Ero stato direttore al Cnr e rivestivo altre cariche istituzionali, non ero stato qui. Nonostante tutto, lo scarto non fu significativo. D’altra parte chi sta nelle istituzioni non si candida se sa di vincere, si candida se pensa di poter aiutare le istituzioni. Il modo migliore di dimostrare la volontà di accompagnare ulteriormente la crescita di un’istituzione è mettersi in gioco in prima persona, non affidare a terzi compiti che ritengo complessi di per sé, complicati per fatti oggettivi: parlo di insidie anche esterne legate al calo demografico, al mutamento delle condizioni di contesto che richiedono nuove professionalità, ripensamenti delle attività formative, ottimizzazione delle attività di ricerca. E poi c’è una missione forte che è quella di avere il coraggio di difendere sempre, in ogni luogo e in ogni modo la nostra Istituzione».
Quali sono i punti del suo programma che ritiene qualificanti rispetto alla guida dell’ateneo?
«Autonomia, indipendenza, libertà di ricerca, libertà da condizionamenti esterni, interazioni significative con tutti – soggetti privati, e pubblici, università, centri di ricerca -, centralità della posizione dell’Università del Molise, che vuol dire non essere la stampella di altri ma difendere e valorizzare le potenzialità dell’ateneo, perché ne ha molte. Ha tantissimi abilitati che testimoniano una grandissima competenza nel campo scientifico ed è come una squadra che ha tanti campioni ma ha bisogno di un allenatore bravo. Altrimenti, o fanno tutti i terzini o fanno tutti gli attaccanti. E poi rapporti forti col territorio, capacità di convincere i suoi rappresentanti che l’Università del Molise – non di Campobasso – è l’eccellenza per la quale il territorio deve investire credendoci e mettendo in atto le condizioni migliori perché si attraggano intelligenze, studenti e finanziamenti anche da ambiti extraregionali».
Secondo lei è sostenibile un ateneo delle dimensioni e delle caratteristiche di Unimol?
«Certo che è sostenibile e lo sarà con maggiore vigore rafforzando la capacità di intercettare i finanziamenti. Lo si realizza costruendo una squadra che proponga attività di ricerca, integrando gli uffici – che già funzionano bene – ma che hanno ovviamente bisogno di persone con competenze in campo scientifico e che conoscano bene le lingue nonché i sistemi di finanziamento. Il che non significa andare d’accordo con chi finanzia un progetto di ricerca ma convincerlo che hai la capacità di portare a termine un programma con efficienza».
Una delle peculiarità del manifesto elaborato insieme a suoi colleghi docenti e direttori di dipartimento prevede l’impegno pubblico di chi viene eletto rettore a non candidarsi in politica. Cosa intendete affermare?
«Il rettore è libero di scegliere cosa fare, sapendo però che nel momento in cui opta per altro è segno che l’Università non è più in cima alle sue priorità. Quindi, in tal caso, rimette il suo mandato. Se io dico che mi candido alla carica di rettore impegnandomi a non candidarmi in politica, è perché so bene che esperienze pregresse sono state infelici».
Per come sta andando la campagna in ateneo, lo ritiene ancora un tema o le sembra superato nel dibattito?
«Io credo che debba essere un obbligo morale più che un tema».
Il diritto allo studio è un altro capitolo importante. Diritto allo studio e, aggiungerei, presenza degli universitari nelle città molisane che ospitano i corsi. Negli ultimi anni si percepisce meno.
«Le città che ospitano sedi universitarie, ma tutti i comuni della regione, credo debbano essere invogliati a far sentire il Molise come un’unica sede universitaria. Anche piccole cose, che potrebbero sembrare insignificanti, possono aiutare a far sentire un giovane come studente di una comunità prima che studente di se stesso. Naturalmente il diritto allo studio va innalzato ai migliori livelli possibili, premiando soprattutto il merito. Affollare le aule di studenti, che vengono qui e rimangono anni prima di laurearsi, sicuramente non è premiante. Abbiamo bisogno di far in modo che gli studenti vengano qui perché sanno che conseguono una preparazione adeguata e raggiungono i migliori livelli di professionalità. Perché ciò avvenga dobbiamo mettere a disposizione tutto quello che sappiamo e possiamo. Parimenti è importante attrarre gli studenti migliori: così il ranking dell’università aumenta diventando strumento per avere visibilità nelle classifiche nazionali e internazionali e di conseguenza più finanziamenti dal Ministero. Perché, guardi, si può dire che i giornali scrivono quello che vogliono ma i giornali purtroppo, o per fortuna, scrivono spesso quello che vogliono e spesso quello che è. Se da tifoso dell’Avellino ero costretto a tifare per una squadra che lottava ogni anno per non retrocedere, non potevo dire che l’Avellino non arrivava primo per colpa dei giornali».
I 31 corsi attivi sono tutti utili ed efficaci? O immagina che sia il caso di rimodulare l’offerta?
«Gran parte dell’offerta formativa è efficace. Alcuni corsi sicuramente hanno bisogno di essere emendati, legati non solo al tipo di didattica erogata, ed è necessario ragionare con gli stakeholder, i primi a cui abbiamo inviato il nostro manifesto. Lo abbiamo trasmesso a loro e contestualmente a chi vive l’università. Riteniamo che sia un bene che chi sta dentro osservi ciò che avviene fuori dall’ateneo e che sia ancora meglio che si faccia ‘osservare’ da chi sta fuori. Una scatola chiusa è come un uovo di Pasqua: all’interno si può trovare la sorpresa più bella ma anche quella che per un bambino diventa la delusione maggiore. Quindi piuttosto che aspettare Pasqua, meglio usare un uovo ‘trasparente’ perché si corregge l’azione in corso e non quando ci si rende conto che magari un piccolo intervento avrebbe potuto evitare delusioni e insuccessi».
Proponete la riforma dello Statuto per ridurre a tre anni il mandato, rendendolo rinnovabile per altri tre. Perché? È un’idea che porta a fare le ipotesi più varie. Una staffetta per esempio?
«Lei mi vede impegnato in una staffetta? Lo dico senza ironia, dietro i tre anni non si nasconde una staffetta. Perché d’altra parte nessuno di noi è in grado di garantire a un altro che un giorno sarà… Nessuno di noi è in grado e nessuno ha il diritto di gestire la volontà delle persone. Il meglio delle cose si ottiene con la condivisione e non con la forza perché poi nel lungo periodo è controproducente.
Storicamente i rettori sono durati sempre tre anni con possibilità di rinnovo illimitato. Il legislatore, ai tempi del ministro Gelmini, ha immaginato che un rettore che durasse sei anni non rinnovabili fosse uno strumento per evitare incrostazioni dell’esercizio del potere. In realtà, secondo me, questa esperienza è stata un fallimento, perché se una persona fa il rettore per sei anni sapendo già che non potrà più farlo non ha motivazioni emotive, non ha stimoli, non ha controlli – osservatori interni ed esterni – che valutino quello che sta facendo e io credo che il rettore debba essere controllato prima di tutto da se stesso. Viviamo in un sistema universitario basato su produttività, grado di soddisfazione degli studenti, tanti parametri per valutare la capacità didattica e scientifica di un ateneo. Se l’ateneo e i suoi singoli si sottopongono a giudizi periodici, non capisco perché un rettore debba sfuggirvi. Poi non è detto che chi diventa rettore sia in grado di interpretare bene quel ruolo. Io propongo: dopo tre anni mi faccio valutare e se non sono stato all’altezza, come dire, dimezziamo la pena».
Dovreste cambiare il regolamento.
«Pensi al percorso seguito per individuare chi dovesse reggere l’ateneo a seguito di dimissioni di un rettore, inopportune e inattese, tanto inattese che non c’era articolo dello Statuto o dei vari regolamenti che prevedessero cosa si fa in questi casi, tanto era considerato un evento imprevedibile… Si è dovuto fare ricorso all’articolo del regolamento elettorale di ateneo che disciplina la mozione di sfiducia! Allora io dico: se per individuare chi doveva sostituire il rettore dimissionario si è fatto ricorso a questo articolo è molto meno arduo immaginare una semplicissima modifica al regolamento elettorale prevedendo che il rettore dopo tre anni rimette all’elettorato la valutazione del proprio operato, che non significa fare propaganda ma farsi valutare. Se l’elettorato ritiene che debba andare a casa, le dimissioni diventano efficaci. Se non lo ritiene, il rettore resta in carica altri tre anni. Però intanto ha avuto una valutazione intermedia. E poi chi dice che ha bisogno di sei anni per fare una cosa perché tre sono troppo pochi deve cambiare mestiere. È come se dicessimo che una laurea triennale deve essere conclusa in sei anni».
rita iacobucci

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