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Pastore tra la gente e vicino agli ultimi, l’addio commosso a don Giovanni

Il Vangelo sulla bara, un calice tra le mani, con il quale ha somministrato l’eucarestia nel corso del suo ministero pastorale, tanti applausi e un fiume di lacrime ieri pomeriggio per il prete esorcista, tornato alla casa del Padre, dopo aver servito fedelmente la chiesa, come ha tenuto a precisare il celebrante vescovo padre Giancarlo Bregantini.
Ci sarebbero voluti anche gli ambienti della vicina questura del capoluogo regionale per contenere la strabocchevole folla accorsa a dare l’ultimo saluto a don Giovanni Diodati, visto e considerato che la “sua casa”, la chiesa di San Paolo, è risultata essere davvero piccola, per fronteggiare una ondata umana davvero considerevole.
Familiari, parenti, conoscenti, semplici cittadini, parrocchiani , diaconi, presbiteri, consacrate e consacrati, autorità civili e militari, sono intervenuti in massa nel luogo di culto ai piedi del castello Monforte, alla cerimonia religiosa che ha segnato il distacco da questo mondo terreno di un sacerdote che ha fatto del sorriso la sua arma migliore per combattere ogni male, e dell’eucarestia il pane quotidiano per sé e per gli altri.
Evidentemente, però, la sua letizia, la sua gioia, non sono state sufficienti per sconfiggere un nemico, il tumore, che quando ti assale non ti dà scampo.
Lo ha sperimentato in prima persona, dopo aver dovuto, nel corso del suo apostolato, rincuorare, confortare, chissà quanti individui aggrediti da un avversario che, purtroppo, sembra invincibile.
I sofferenti sono particolarmente graditi a Dio (chissà quante volte avrà pronunciato questa frase) e don Giovanni, specie nell’ultimo periodo, non si è sottratto alla condizione di dolore per l’abbraccio col padrone della vita, al quale è andato incontro con la rassegnazione che attanaglia l’essere umano, ma anche con la sicura certezza di essere nelle mani giuste, per la vita eterna.
Ha avuto una vocazione “tardiva” il sacerdote conosciuto da tutti, ma le sue radici cristiane, la sua predisposizione a seguire il Signore, vengono da lontano.
Abbandonato il lavoro che svolgeva alle dipendenze di una struttura ministeriale, i beni culturali e ambientali, poco più che trentacinquenne, si è tuffato in un mondo che evidentemente aveva sempre sognato e che sentiva forte il bisogno di frequentare. E così non ha impiegato molto a vestire l’abito talare e mettersi a disposizione di Colui che tutto può e del prossimo. Ha scelto la strada del servo, per mettersi al servizio di tutti.
Ha assolto il compito ministeriale con abnegazione, con dedizione, con passione, con amore, gli stessi ingredienti che ha speso per costruire la “sua creatura”, la chiesa di San Paolo, che ha visto crescere giorno dopo giorno. Una sua totale realizzazione, la sua unica sposa, per la quale ha dedicato tutta la sua vita presbiterale. Gioviale, disponibile, dinamico, il “nostro” ha saputo farsi benvolere da tutti, parrocchiani e non, con quel faccino sempre rigato dal sorriso, che non risparmiava mai a nessuno, anche nei momenti meno gioiosi. Ha messo insieme una impalcatura in via Tiberio degna di ogni considerazione, una struttura coriacea, sia materiale che spirituale, in grado di resistere ad ogni urto, in ciò agevolando notevolmente chi sarà chiamato a sostituirlo, pur nella consapevolezza che sarà una eredità difficile da metabolizzare.
Se n’è andato troppo presto, non accusando minimamente il “peso” dei suoi settanta anni e chissà quante altre cose avrebbe voluto realizzare per la sua collettività, per i poveri, per i giovani, in particolare, con i quali aveva un singolare feeling, lasciandole purtroppo sospese.
Anche il tempo, come la gente, in giornata ha versato lacrime per don Giovanni, a testimoniare una perdita di notevole spessore, così come ha tenuto a sottolineare monsignor Bregantini, capo della diocesi. Visibilmente commosso padre Giancarlo, con la sua saggezza e il suo acume, ha dipinto la figura di don Giovanni con autentiche pennellate d’amore, come solo lui sa fare, dall’alto di una dialettica e di una preparazione fuori dal comune.
Quando muore un religioso, un parroco, un amico, come don Giovanni, si perde un importante punto di riferimento spirituale, una autentica guida e una intera comunità rimane ferita, ha aggiunto il timoniere della chiesa locale. Il capoluogo di regione da oggi è più povero, non solo spiritualmente, perché ha visto andar via uno dei suoi figli migliori anche e soprattutto dal lato umano ha evidenziato il pastore della diocesi nel tracciarne il ricordo.
Toccante e significativa anche una testimonianza di un ispettore di polizia in servizio fuori dal Molise, riferita, tra le tante ricevute, dal dirigente della scuola di polizia della Questura, ove lo scomparso ha ricoperto per anni il ruolo di cappellano.
Tra due ali di folla il feretro, dai piedi dell’altare al sagrato della chiesa, è stato portato a spalla dai confratelli di don Giovanni che adesso, ha aggiunto padre Bregantini, è nelle mani di Dio. A lui, ha concluso il vescovo, affidiamo la preghiera per una doppia richiesta di grazia: di far recuperare la salute ad un altro prete, in rianimazione al Cardarelli e favorire vocazioni perché c’è bisogno di operai nella vigna del Signore.
Non piangiamo per averlo perso, ma ringraziamo Dio per averlo avuto.
Michele D’Alessandro

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