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La sfida di Patriciello: a Bruxelles per riformare l’Unione europea

La sfida di Patriciello: a Bruxelles per riformare l’Unione europea

Da quando ha acceso i motori della campagna elettorale, Aldo Patriciello, imprenditore ed eurodeputato uscente, sta girando il collegio Meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria) in lungo e in largo.
Campione di preferenze sin dai tempi delle candidature nella “sua” Venafro (ancora ragazzino ottenne una strepitosa affermazione) o per ottenere uno scranno in Consiglio regionale, Patriciello è consapevole delle difficoltà legate al momento storico che l’Italia e l’Europa stanno vivendo. Per questo ha quintuplicato gli sforzi e conta di tornare a Bruxelles per la quarta volta, convinto che l’Ue vada riformata, ma non distrutta.
Il 5 maggio scorso Aldo ha incontrato i suoi corregionali nel corso di una convention organizzata a Vinchiaturo. Un successo straordinario sancito dal foltissimo pubblico che lo ha atteso e acclamato.
«Sono felice della straordinaria accoglienza e dell’affetto ricevuto in queste settimane. Sto girando in lungo e in largo le sei regioni del Sud. È un collegio enorme che va da Teramo a Reggio Calabria ma credo sia necessario e doveroso incontrare il maggior numero di cittadini per spiegare la nostra idea di Europa. E credo, in tutta sincerità, che la gente non aspetti altro. L’abbraccio di tantissime persone a Vinchiaturo, lo scorso 5 maggio, è stata una testimonianza di partecipazione e di vicinanza che mi riempie di orgoglio e di responsabilità».
Ha scelto Forza Italia. Non le sarebbe convenuto ‘guardare’ oltre. La Lega, per esempio?
«Sono convinto che alla fine gli elettori riconosceranno a Forza Italia l’importanza di essere il perno della destra moderata. Il tempo delle fake news e del “dagli addosso all’Europa” è finito. C’è bisogno invece di costruire un percorso basato sulla moderazione, sul buon senso, sulle azioni concrete da intraprendere. Con serietà, senza prestare il fianco all’odio e alla violenza politica».
Dal 2006 a Strasburgo e a Bruxelles. In 13 anni ha maturato la consapevolezza che forse è necessario riscrivere le regole europee?
«Sicuramente l’Europa deve rivedere molte strategie. In un mondo che cambia rapidamente è chiaro che le regole che ci siamo dati insieme vanno adattate ai tempi che stiamo vivendo. Ma il nostro futuro è insieme, sia chiaro. Se pensiamo che il Molise da solo – o in generale l’Italia – possa competere con Cina, Russia, Usa e India stiamo ingannando noi stessi e gli elettori. Chi parla di sovranismo volendo portare indietro le lancette della storia commette un errore madornale. Un conto è cambiare l’Europa, un altro è volerla distruggere. Noi siamo dalla parte di chi vuole cambiarla».
Resta il fatto che spesso l’Unione Europea viene percepita come un’entità lontana. Cosa è possibile fare per accorciare questa distanza?
«È un problema di carattere generale, purtroppo. Le ragioni sono diverse, a cominciare dal bombardamento delle fake news che negli ultimi tempi hanno inquinato il dibattito sui temi europei. Certamente l’Ue ha le sue colpe, non nascondiamoci dietro un dito. Ma non può essere incolpata di tutto ciò che non va nel nostro Paese. Prendiamo il caso del divario Nord-Sud. Attraverso i fondi europei concessi alle regioni, Bruxelles investe enormi risorse per accorciare questo divario. Cosa che non fa, invece, lo Stato italiano. E non lo dico io, ma l’ultimo studio de Il Sole 24 Ore in cui si afferma che su 691 euro spesi per ogni cittadino meridionale, solo 239 arrivano da Roma, il resto sono soldi Ue».
Che Europa immagina dopo il 26 maggio?
«La speranza di molti è quella di avere dopo il 26 maggio un’Europa più unita, più forte e più solidale. Un’Europa a fianco dell’industria, del lavoro e dei giovani, che permetta di creare e distribuire benessere, promuovendo lo sviluppo sostenibile. I cittadini e le imprese auspicano il rafforzamento del mercato unico e delle sue quattro libertà fondamentali imprescindibili: libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali. Servono ulteriori incentivi per l’armonizzazione delle regole del mercato, maggiori risorse per l’innovazione, le infrastrutture strategiche, la ricerca, l’istruzione, con stanziamenti adeguati in linea con il programma di ricerca Horizon Europe».
Restare fuori dall’Unione Europea cosa potrebbe significare?
«Secondo lei l’Italia, da sola, potrebbe affrontare queste sfide? Io credo di no e non riesco ad immaginare uno scenario diverso da quello europeo. Proprio per questo penso ci sia bisogno di idee chiare, di avere una visione strategica, qualità di ascolto e capacità di lavorare in team. Isolarsi potrebbe portarci alla rovina e dire addio anche alla possibilità di rilancio del Sud e delle nostre aree interne».
A proposito di Sud ed aree interne. C’è ancora qualche speranza per i nostri territori?
«Assolutamente sì. Per farlo – come anticipavo – è necessario restare all’interno dell’Unione. Di certo bisognerà cambiare strategia di intervento. La questione meridionale non è mai stata risolta ed il Sud perde sempre più posizioni all’interno dell’agenda politica del Paese. Sarà necessario approntare un vero e proprio “Piano Marshall” per il Sud. Un Piano condiviso tra Unione Europea, Governo italiano e Regioni perché da sola Bruxelles non può risolvere i nostri problemi, ad impegnarsi deve esserci anche il Governo. Inoltre, continuare ad indicare il Mezzogiorno come periferia economica d’Europa non conviene, a nessuno. Un territorio che perde i suoi giovani, non è solo un territorio che perde ricchezza ma anche il proprio presente e soprattutto il futuro. All’abbandono dei territori va poi unificato anche il calo demografico ed allora il dato è inquietante. Ovviamente sono conseguenze, il sintomo da curare è l’assenza di lavoro, di servizi. Occorre anche qui un piano di crescita ma che sia strutturale, magari accompagnato da una politica di “fiscalità di vantaggio” che inviti le aziende ad investire in questi territori».
Occorre anche un piano per le infrastrutture.
«Sì! Anche su questo tema il Sud è fortemente penalizzato e mi riferisco non solo all’alta velocità ma anche alla rete viaria. Tutto ciò è inaccettabile. A mio avviso occorre elaborare un piano di intervento generale, teso anche a tutelare quello che oggi già c’è ed a centellinare le risorse. Ad esempio: si è parlato tanto di autostrada del Molise, ma ci siamo posti il problema di sfruttare al meglio la posizione geografica della nostra regione?».
Cosa pensa del regionalismo differenziato e dell’autonomia?
«Sono due cose differenti, mi perdoni. Al regionalismo differenziato si affianca una pericolosa tendenza ed anche i diritti fondamentali dei cittadini potrebbero essere messi a rischio. Si creerebbero regioni di serie “A” e “B”: una follia. Immagini se settori come la sanità, l’istruzione, il trasporto da un giorno all’altro non fossero più garantiti. Credo, invece, che una riforma delle autonomie regionali vada attuata ed è di questo che c’è bisogno: che gli apparati regionali siano al passo con i tempi e soprattutto in linea con le esigenze dei cittadini».
Cosa dice del Molise e del governo regionale?
«La nuova programmazione europea prevede più risorse per il Mezzogiorno e per il Molise. Il presidente Toma sta facendo un lavoro eccezionale sul piano della spesa dei fondi europei. È questa la strada da percorrere. Sarà fondamentale nei prossimi anni puntare su una filiera istituzionale che coinvolga tutti: associazioni, enti, Comuni, Parlamento italiano, Regione e istituzioni europee. Perché solo lavorando insieme sarà possibile sfruttare al meglio le opportunità di crescita e sviluppo messe a disposizione da Bruxelles».
Altro tema di cui si discute molto è l’immigrazione.
«Sull’immigrazione occorre chiarezza. Siamo fermamente contrari a quella irregolare, senza se e senza ma. Non possiamo permetterci il lusso di accogliere tutti, indiscriminatamente. Attenzione però: chi scappa dalla guerra e dalle persecuzioni ha diritto ad essere aiutato. Non fa parte della cultura e della storia di noi meridionali voltarsi dall’altra parte. Bene ha fatto Papa Francesco a ricordare nella sua omelia che non si può lasciar morire in mare esseri umani per mero calcolo politico o per qualche voto in più».
Lu.Co.

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