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Il potere delle parole e dei silenzi

Gentile direttore,
Sono una persona ancora fra “il due e il tre” della scala cronologica della vita, dunque uno che, teoricamente, dovrebbe ancora chiedersi che cosa sia la modernità o addirittura sentirsene attratto.
Ho avuto la fortuna di avere, all’università, professori che, lontani da un certo perbenismo intellettuale fatto assurgere a nuova espressione culturale, mi hanno aperto gli occhi su tante cose. Come? Non imponendomi una visione della vita, ma parlandomi delle cose per quello che realmente sono. Da lì ho capito che l’epoca attuale sta regredendo verso una nuova forma di inganno: quello delle parole. O, se vuole, dei silenzi.
E’ da circa un decennio che nel nostro Paese si stanno organizzando manifestazioni in difesa di coloro che intendono vivere liberamente la propria sessualità, quindi di omosessuali, transessuali, bisessuali. E’ da quattro-cinque anni, se uno studia la questione, che il silenzio fatto calare, volutamente, su coloro i quali non approvano tali eventi e non urlano né bestemmiano come è avvenuto al Congresso delle Famiglie di Verona, ma semplicemente spiegano le loro ragioni, sta pericolosamente imperversando. Al silenzio, come dicevo prima, segue un uso improprio delle parole, un’attribuzione errata del loro significato, una rimodulazione dei concetti a proprio uso e consumo. Mi riferisco, in particolare, ai termini “diritti”, “tolleranza”, “modernità”, “libertà”.
Potremmo scrivere un libro sull’argomento, di per sé complesso e non banalizzabile con una missiva inviata ad un giornale, né tantomeno con esternazioni da Facebook, ma provo a sintetizzare in questo modo: se uno pensa che “essere liberi” significhi semplicemente rispondere ad un istinto o fare i propri comodi, noncurante di tutto e di tutti, ha sbagliato lingua. L’esercizio della libertà è relativo a quello che gli inglesi chiamerebbero “judgement”, ossia discernimento. Pensate a quale grande privilegio siamo chiamati: senza che nessuno ci punti una pistola alla tempia, possiamo scegliere se imboccare un vicolo cieco piuttosto che una strada che ci porti a destinazione. Poi, le conseguenze della scelta sono tutte nostre. Grande segno di fiducia nei nostri confronti!
Se c’è qualcuno -e ce n’è più d’uno- che opta per il discernimento piuttosto che per la pura rispondenza alle pulsioni, e che tenta di far capire agli altri dov’è il valore aggiunto di una tale scelta, in questo specifico momento della storia non riceve un adeguato spazio o, alla peggio, viene denigrato. Il tutto si traduce non tanto nello spazio dato a persone che intendono dire la propria utilizzando la parola “pride” (orgoglio), ma nella costruzione di un consenso che si vuole a tutti i costi essere collettivo. In quest’ottica, si tende a far provare quasi imbarazzo a coloro i quali parlano di eterosessualità e di famiglia, tanto è vero che a quest’ultima è stato dato impropriamente l’aggettivo “tradizionale”: di tradizione non c’è neanche l’ombra in una coppia costituita da maschio e femmina che generano un figlio. Semmai, c’è una rispondenza alle leggi della natura!
Sono un appassionato della lingua inglese e le chiedo venia se ogni tanto utilizzo qualche espressione anglofona. Non lo faccio per ostentazione, ma perché ritengo che certe espressioni diano molto bene il senso di quello che voglio trasmettere. I sudditi della regina Elisabetta, quando qualcuno vuole far finta di non vedere un problema, dicono “to turn a blind eye to something”, che noi tradurremmo come “rivolgere un occhio cieco a qualcosa”. In breve: voltarsi dall’altra parte. Per quanto di ampie vedute si possa essere, non si può non constatare che nell’epoca attuale l’atteggiamento verso chi dissente da una tale omologazione di pensiero è di voltarsi dall’altra parte. E allora si ribalta quanto affermato o gridato da chi si pone sul versante opposto: il pregiudizio o il preconcetto si manifestano piuttosto verso chi continua a parlare di leggi della natura e della loro perfezione, fatta da una mente superiore che non vuole certo male all’essere umano.
Non amiamo essere contraddetti al giorno d’oggi, non vogliamo trasformare i nostri monologhi in dialoghi, non desideriamo approfondire gli argomenti, ma trattiamo pedissequamente come fonti di conoscenza i social media piuttosto che qualche articolo di giornale, non ci chiediamo più se siamo ancora in presenza della mera enunciazione dei fatti da parte di chi dovrebbe semplicemente raccontarli e non, piuttosto, della loro qualificazione attraverso scelte stilistiche.
Ecco allora l’inganno di chi ritiene di essere “moderno”, ma in realtà è solo modernista, ossia succube di aperture che, impensabili e non ritenute appassionanti fino a qualche tempo fa, in realtà gli dischiudono solo la dipendenza dal proprio ego e dal tentativo di ribaltare un ordine perfetto, progettato per il nostro bene.
Una nota dottoressa lombarda, che ha fatto affermazioni molto pacate sull’argomento, è stata querelata: i giudici hanno avuto l’intelligenza di comprendere dove fosse il tranello concettuale e l’hanno scagionata da ogni accusa. Siamo arrivati a questo: possiamo osare definirlo “modernità”? Alcuni artisti italiani e stranieri, tra cui Franco Zeffirelli e Rupert Everett, dichiaratamente omosessuali, hanno espresso la loro perplessità sulle parate che si tengono nel mondo occidentale a favore della categoria, nella quale si è deciso di inglobare anche i transessuali ed i bisessuali. Pensano che, in primis, uno la propria scelta la possa fare in privato e non ostentarla, come fanno gli eterosessuali, in secondo luogo che, se proprio reclamano dei diritti, la discussione vada fatta in sede giurisdizionale, non seguendo gli umori della piazza. Hanno ricevuto strali di ogni tipo proprio dal mondo a cui appartengono, ma hanno anche controbattuto dicendo che, quanto più si viene subissati da tali reazioni, tanto più uno si convince della bontà delle proprie opinioni.
“Bisogna però riconoscere che il desiderio di raggiungere uno scopo a nulla serve, se non si conoscono i mezzi per conseguirlo”, diceva Cicerone nel suo “De oratore”: sembra proprio che l’ondata ideologica che sta avvolgendo questo argomento sia a conoscenza di mezzi per raggiungere lo scopo. Mi unisco, allora, a quegli artisti che hanno sollevato il problema: quanto più si vorrà rendere il dibattito una strada a senso unico, tanto più ci saranno persone che non si piegheranno a questa imposizione e continueranno, grazie ad un dono immenso che gli è stato fatto e che si chiama cervello, a dire apertamente la propria.
Mi auguro che le istanze di chi non si conforma all’unilateralismo possano trovare lo stesso spazio che ha il pensiero contrario.
Cordialmente
Ermanno Suffia

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