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Via il blocco del turnover, sospiro di sollievo in Molise

Il decreto Calabria, modificato in commissione alla Camera (andrà in Aula il 27 maggio), elimina l’automatismo del blocco delle turnover quando una Regione è in disavanzo per la sanità. Cancella la punizione più pesante, oggi paradossale, per il mancato rispetto dei piani di rientro: non poter sostituire il personale che va in pensione perché chi amministra non rimette a posto i conti porta a chiudere i reparti perché medici e infermieri non ce ne sono più.
Due Regioni hanno sulla testa questa spada di Damocle: Calabria, appunto, e Molise. Con disavanzi diversi: 160 milioni nel primo caso, 22 nel caso nostro. Il verbale del tavolo tecnico, ha detto ieri il sottosegretario alla Salute Bartolazzi riguardo al Molise, «è in fase di consolidamento da parte del ministero dell’Economia» e sarà disponibile dopo la sua formalizzazione da parte del Mef.
Bartolazzi ha risposto in Aula all’interpellanza del deputato molisano dei 5 Stelle Antonio Federico. I 22 milioni sono il risultato di un accantonamento prudenziale chiesto dal Mef – 15 milioni per l’extra budget dei privati convenzionati con la Regione, Cattolica e Neuromed, e altri 2 per quello degli erogatori Asrem – e di un mancato trasferimento dal bilancio della Regione alla sanità. I commissari hanno diffidato il governatore a ‘versare’ nella casse della sanità 4,2 milioni della fiscalità. Toma ha chiesto di conoscere l’entità totale del deficit prima di avviare manovre correttive. Per Federico, «sembra giocare con lo spostamento di fondi sanitari che sebbene possibile in termini contabili, è quanto meno inopportuno per una regione in piano di rientro».
Rispetto all’11 aprile, data del tavolo, qualcosa è cambiato. L’azienda sanitaria conta di chiudere in pareggio, ottenendo le note di credito da tutti i suoi erogatori. L’importo a carico della Regione è molto più sostanzioso, ma per almeno una parte dei 15 milioni sarebbero state prodotte note di credito dal Neuromed. Dalla Cattolica la struttura commissariale ha ottenuto l’impegno a produrle. Non 22 ma 11 milioni di deficit? Si rischierebbe lo stesso il blocco del turnover (sbloccato due anni fa). Perciò l’emendamento passato in commissione Affari sociali è importante: elimina l’automatismo della sanzione, previsto dalla legge finanziaria 2005, nel caso di persistenza del disavanzo.
Un altro emendamento al decreto Calabria rende più flessibili i tetti di spesa per il personale della sanità (anche per le Regioni in piano di rientro) e – ha riferito in Aula Bartolazzi – li incrementa, dal 2021, con un importo pari al 5% del fondo sanitario regionale rispetto all’esercizio precedente.
Misure che, secondo Federico, «certificano la volontà del governo di imprimere una inversione di tendenza delle politiche assunzionali nel servizio sanitario sacrificate in nome di regole che hanno ingiustificatamente compresso l’esigenza di ricambio, se non di potenziamento del personale degli enti che erogano prestazioni sanitarie alla popolazione».
In particolare, «lo sblocco del turnover è una notizia fondamentale per garantire ai molisani una sanità pubblica e di qualità». Fino al 2017 il blocco ha pesato sui molisani «costretti a fare i conti con reparti senza dirigenti, carenza di medici, ricambio generazionale assente. Questa norma risarcisce i molisani di 10 anni in cui è stato negato loro il diritto alla salute e sono felice sia arrivata ben prima dell’interessamento della Conferenza delle Regioni a conferma che il governo va avanti a prescindere dagli annunci spesso vuoti che provengono anche dal Molise», è la stoccata del parlamentare.
Dal verbale del tavolo tecnico si capirà se «entro il 2019 riusciremo ad arrivare al pareggio di bilancio» e a riportare «in capo al Consiglio regionale, quindi di riflesso ai cittadini, la facoltà di approvare i piani sanitari, di pensare e realizzare una sanità per tutti, ad esempio riconsegnando importanza alle reti territoriali e dell’emergenza». I molisani, conclude, non sono cittadini di serie B ovunque abitino: quindi governo, commissari e tutte le istituzioni coinvolte «devono lavorare per garantire a chiunque le stesse possibilità, anzi la stessa certezza, di accedere in ogni momento alle cure».
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