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Il diktat del tavolo romano e la regia occulta, chi pagherà il conto?

Il diktat del tavolo romano e la regia occulta, chi pagherà il conto?

Chi era convinto che la sconfitta a Campobasso potesse costare la poltrona al coordinatore della Lega è rimasto deluso. Almeno finora. Mazzuto resta al suo posto.
Quando da Roma arrivò il diktat che imponeva un candidato della Lega, in principio doveva essere Alberto Tramontano, poi la scelta ricadde su Maria Domenica D’Alessandro, molti tra dirigenti e ‘soldati semplici’ della coalizione arricciarono il muso. Qualcuno, in particolare tra i moderati, minacciò anche la scissione. Ma nel volgere di poche ore, i malumori rientrarono. E come se nulla fosse accaduto, tutti, almeno all’apparenza, accettarono le decisioni del tavolo nazionale, senza opporre resistenza.
Questo è quello che più o meno trapelò in quei giorni.
La realtà, tuttavia, potrebbe essere un’altra. E proprio perché ci sarebbe un’altra verità, il governatore Toma, chiamato in causa nelle ultime ora da più parti, resta in silenzio.
Secondo qualche suo più stretto collaboratore, il presidente della Regione, che più di tutti sta pagando il prezzo politico della netta affermazione di Gravina a Campobasso, lavora su due fronti: uno di attesa e uno di meditazione.
Mentre attende un confronto con Matteo Salvini, sta studiando con scrupolo le prossime mosse. Se l’errore di aver consentito al tavolo nazionale di decidere gli potrà essere perdonato, la strategia da contrapporre alla sconfitta deve essere ineccepibile sotto ogni punto di vista. Altrimenti davvero il risultato del capoluogo potrà segnare l’inizio della fine.
Sul punto, il governatore , benché opportunamente sollecitato, preferisce ancora non commentare. Ma la sensazione che avrebbe tanto da dire è palpabile. Al quarto piano di via Genova si respira una strana aria di calma apparente. Ma qualcosa accadrà. A breve.
Gira voce che l’imposizione del tavolo nazionale sia stata molto caldeggiata dalla deputata di Forza Italia, intima del presidente Berlusconi, Annaelsa Tartaglione. L’onorevole di Isernia ha sostenuto sin dall’inizio delle trattative la candidatura dell’ingegnere Francesco Roberti a Termoli. Lo ha supportato poi durante la campagna elettorale, disinteressandosi completamente del capoluogo. Quale strategia migliore se non far imporre da Roma (o da Arcore) la spartizione delle due città più popolose del Molise e far assegnare quella adriatica agli azzurri?
Quando arrivò nelle redazioni la nota che informava dell’accordo, Campobasso alla Lega e Termoli a Forza Italia, fu una sorta di fulmine a ciel sereno. Ciò accadde, infatti, nel vivo delle trattative in corso tra gli esponenti locali del centrodestra. Su Termoli, probabilmente, Roberti sarebbe passato anche senza il diktat nazionale. Ma nel capoluogo la Lega non avrebbe avuto speranze: l’intenzione locale era quella di assegnare la casella ai moderati. E il nome in pole position era quello di Corrado Di Niro, presidente dell’associazione dei costruttori edili del Molise, sponsorizzato dall’assessore Vincenzo Niro.
Dal momento in cui furono definite le due candidature, l’attenzione si è spostata su Mazzuto: «Se la D’Alessandro dovesse perdere, l’assessore se ne assumerà le responsabilità», una sorta di disco incagliato che ha fatto da colonna sonora alla campagna elettorale.
Nel centrodestra – non prendiamoci in giro – qualcuno ha perfino sperato che la coalizione perdesse. Per poi vedere revocata la delega all’ex presidente della Provincia di Isernia, oggi unico assessore esterno della giunta Toma.
Nessuno, allo stesso tempo, ha ipotizzato epurazioni nel caso Roberti non avesse vinto a Termoli.
Dal canto suo la Tartagione pare non sia mai stata convinta che la Lega fosse la scelta migliore per Campobasso. Ma è pur vero che questa sua eventuale convinzione non l’ha mai espressa pubblicamente.
Toma, assicura chi lo conosce bene e ne segue da vicino le vicende, il rospo non lo ha mandato giù. Il fatto che sia tuttora in silenzio, non vuol dire che non abbia realizzato la gravità di quanto accaduto. Anzi, la sconfitta di Campobasso l’ha sofferta più di ogni altro componente di giunta e Assise. Ma una reazione scomposta e affrettata in questa fase potrebbe rafforzare il regista della sconfitta.
Le liste del centrodestra, per come si erano presentate ai nastri di partenza, avrebbero dovuto oltrepassare la soglia del 50% con estrema facilità. Ma al di là di qualche ottima affermazione personale, non hanno trainato più di tanto. A partire proprio da quella di Forza Italia, a cui, almeno per il capoluogo, la parlamentare e coordinatrice regionale, non ha messo mano.
Ascoltando chi le stanze di via Genova le frequenta, il presidente Toma starebbe mettendo a punto una strategia per restituire vigore al centrodestra, archiviando il risultato di Campobasso come un incidente di percorso.
La strategia non è nota. Ma è certo che qualcuno pagherà il conto. Che, si dice, sarà assai salato.

ppm

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