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Lega al bivio, Salvini torni in Molise e si confronti con la base

Lega al bivio, Salvini torni in Molise e si confronti con la base

Francesco Roberti, dopo 17 anni da consigliere comunale, è diventato sindaco di Termoli. Un giusto riconoscimento per una persona benvoluta dai termolesi che si è sempre battuta per il bene della sua città. Se fosse un giocatore di poker avrebbe tanta voglia di rilanciare. Ma pur avendo ottenuto un successo di larghe proporzioni ha mantenuto la calma, stringendo la mano anche ai suoi avversari politici con i quali avrà un dialogo aperto nelle prossime sedute consiliari.
Il nome di Roberti, sin dall’inizio, è stato condiviso dalla base del centrodestra termolese.
A Campobasso, invece, è accaduto l’esatto contrario. Si è fatto a gara per mettere in difficoltà Maria Domenica D’Alessandro, una brava persona e ottima professionista, che si è trovata di fronte a tanti mal di pancia di coloro che non hanno gradito la scelta piovuta dall’alto, imposta da Matteo Salvini e Luigi Mazzuto. La scelta di D’Alessandro, in quota Lega per il comune capoluogo di regione, non è andata giù a molti sostenitori del centrodestra. In Molise Salvini ha affidato il partito nelle mani di Luigi Mazzuto, che sin dal suo insediamento, quando era ancora presidente della Provincia di Isernia, ha cercato di radicare sul territorio l’idea del suo ‘capitano’.
Dopo la sconfitta della D’Alessandro, sulla testa dell’assessore Mazzuto sono piovuti non petali di rose ma grossi macigni. Probabilmente a Campobasso non si è tenuto conto dell’umore della base moderata, di alcuni esponenti di spicco del centrodestra e di un tessuto sociale ancora troppo distante dagli ideali leghisti.
A Salvini piace sentirsi acclamato come un vero e proprio re, ma la politica viaggia su altre onde. Il ‘capitano’ si è circondato di tanti yesman che non sono in grado di persuaderlo quando commette qualche errore. Per certi versi l’azione politica di Salvini ricorda la parabola di Renzi che dopo aver conquistato con il PD il 40% alle Europee sembrava potesse reggere indisturbato le sorti del Paese per altri 20 anni. Sappiamo tutti come è andato a finire. Game over.
Salvini da un anno a questa parte di errori ne ha commessi tanti. Il primo è stato quello di tradire la fiducia di Forza Italia e Fratelli d’Italia e allearsi con il peggior nemico delle politiche 2018: il Movimento 5 Stelle. Una scelta illogica, dal punto di vista della politica, avallata da un semplice contratto che fa acqua da tutte le parti.
Salvini ha fatto breccia nel cuore di tanti italiani puntando sull’emotività: immigrazione, sicurezza, mettendosi contro la Chiesa, Confindustria, sindacati e l’Europa. Se continua di questo passo potrebbe diventare l’ennesima meteora della politica italiana. Renzi, Grillo e company docet.
In un anno i grillini hanno perso il consenso di oltre 6 milioni voti. Salvini per il momento si sente un re e si lascia andare come se niente fosse. D’altronde se andiamo ad analizzare il voto nei 221 Comuni, con oltre 15mila abitanti, dove si è votato per le amministrative, il centrodestra unito – ripeto – unito, è passato da 39 a 85 Comuni da amministrare.
Il Partito democratico ha retto l’urto perdendo 41 dei 153 Comuni che amministrava. Il Movimento 5 Stelle ha vinto solo a Campobasso perdendo a Livorno e Avellino.
Il centrodestra unito ha totalizzato un +46, il centro sinistra -41 e i 5 Stelle -1.
A Campobasso è arrivato un primo segnale per Salvini. La sua parabola è arrivata al capolinea. Per chi non lo avesse capito, gli elettori del Pd hanno dato una grossa mano a Roberto Gravina, grillino atipico, simpatico, giovane e con le idee chiare. Gli elettori che al primo turno avevano votato il sindaco uscente Antonio Battista al ballottaggio si sono spostati sul candidato 5 Stelle che ha raddoppiato i voti rispetto a quelli ottenuti il 26 maggio.
La candidata del centrodestra Maria Domenica D’Alessandro a sua volta ha perso oltre 4.000 voti che sono finiti tra l’astensione e il candidato Gravina. Dunque, a Campobasso è stato un voto anti Salvini.
La segreteria del Partito democratico lo aveva espressamente fatto intendere. L’invito è stato raccolto dai simpatizzanti del Pd che hanno finito per votare Gravina.
A questo punto il voto di Campobasso rappresenta una prova di alleanza a livello nazionale tra il partito di Zingaretti e quello di Di Maio, che in cuor suo non vede l’ora di sbarazzarsi di Salvini, così come la stragrande maggioranza degli elettori grillini.
A Campobasso è stato presentato un conto salato al leader leghista che per il momento è felice a dispensare strette di mano, fare selfie, tweet e storie su Instagram, un po’ meno propenso a dare risposte sulle sue azioni.
In Molise la Lega, alle scorse elezioni regionali, aveva eletto due rappresentanti nelle persone di Aida Romagnuolo e Filomena Calenda. Secondo logica una delle due avrebbe dovuto fare l’assessore, lasciando spazio al primo dei non eletti, un brillante giovane di Trivento. La nomina di Luigi Mazzuto in giunta ha colto tutti di sorpresa. Da quel momento è iniziata una guerra fratricida che ha portato la Lega a un risultato modesto sia alle Europee, sia alle comunali di Campobasso e Termoli.
Il Molise è stato il fanalino di coda dei consensi per Salvini, poco più del 12%. Un dato che avrebbe dovuto farlo riflettere.
La politica, come sosteneva Andreotti, si fa anche ingoiando rospi amari.
In Molise qualcosa si è inceppato. Tra gli eletti si respira aria di tempesta. Il coordinatore regionale Mazzuto viene invitato a dimettersi. Solo Salvini può cambiare il senso delle cose, ripristinando il rapporto corretto con gli eletti. La base non va mai persa di vista. Se le uniche due consigliere regionali Romagnuolo e Calenda hanno alzato il livello della protesta qualche ragione da vendere l’avevano.
L’impressione è che il Molise interessi poco elettoralmente. Se così non fosse ci aspettiamo uno scatto d’orgoglio da Salvini che rischia di diventare l’ennesima meteora della politica italiana.
Torni in Molise a confrontarsi con la base e inizi a lavorare con Berlusconi, Toti, Patriciello, Meloni e Fitto per ripristinare un centrodestra che rappresenta il suo alveo naturale. Se non stacca la spina con i grillini corre il rischio di eguagliare la performance di Renzi.
Sarebbe un sacco bello vedere un perfetto bipolarismo: da un lato 5 Stelle e Partito democratico, dall’altro un centrodestra unito. Ne trarrebbe giovamento tutto il Paese.
Un sogno? Staremo a vedere.
Pasquale Damiani

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