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L’altro Roberto: paure, debolezze e sentimenti del sindaco pentastellato

Una chiacchierata, una lunga chiacchierata con il neo eletto sindaco. Anzi, con Roberto Gravina, professionista 42enne, che contro ogni pronostico della vigilia ha vinto le elezioni comunali del capoluogo di regione.
Il giovane avvocato, dall’eloquio raffinato, fisico atletico, timbro di voce sicuro, convincente e rassicurante e dalla rinomata bellezza, è fondamentalmente timido e riservatissimo sulle faccende private.
Tre fratelli, Pasquale, Carlo e Roberto. Tre uomini di successo. Pasquale, campione italiano di volley, oggi vive a Milano. Carlo vive e lavora a Parma. Roberto è sindaco della sua città.
«Siamo una famiglia molto unita, seppur divisi dalle distanze», afferma.
Dopo una parentesi di un paio di anni in Veneto per una esperienza professionale, Roberto è tornato a Campobasso. Vive da solo, ma in città c’è anche papà Lello, ex funzionario di banca. Persona conosciuta e ben voluta da tutti. Mamma è salita in cielo da un po’.
L’abbraccio con papà Lello la sera della vittoria nella sede elettorale del Movimento, un abbraccio intenso e intriso di significato, commosse tutti. Anche chi lì c’era andato per raccontare cosa stava accadendo. Ma quello scatto ormai fa parte della storia.
Che potesse essere lui il vincitore del ballottaggio, o meglio, che avrebbe certamente vinto le elezioni, lo ha capito all’esito del primo turno. «Nonostante qualsiasi elezione, anche quella più facile, abbia delle insidie, delle incertezze, ho capito che avrei vinto appena arrivati al turno di ballottaggio: ho ricevuto un fiume di consensi – a prescindere da quelli a caratterizzazione politica – dalle persone. Da tanta gente comune, da una buona parte del mondo dell’impresa, da una buona parte del mondo della società civile, professionisti, mondo delle associazioni. Ero certo che avrei ottenuto un buon risultato, certo non me lo aspettavo di tali proporzioni».
Talmente certo da riuscire a contenere la tensione fino all’ultimo. Ma un cedimento c’è stato, è avvenuto «quando ho capito che era fatta, che avevamo vinto. È stato un momento strano, avevo da un lato paura di affrontare tutto quello che mi stava capitando, dall’altro fremevo perché non vedevo l’ora di uscire e realizzare la vittoria, non ce la facevo più a stare in casa».
L’emozione più forte «quando la notte dello spoglio ho varcato l’angolo di via Nobile (sede elettorale del Movimento, ndr) e ho visto una grande folla. È stato incredibile. Ho sentito il cuore che mi saliva in gola».
Ha aspettato il risultato, acquisito praticamente a pochi minuti dallo scrutinio delle prime schede, a casa. Alla domanda «con chi?», si imbarazza. Preferisce passare a quella successiva.
Considerato il carattere schivo e l’accertata propensione a non mettere in piazza i fatti personali, anche la domanda successiva genera perplessità. Lo sforzo è evidente, però cede.
Vive da solo, ma una «persona c’è». E deve anche «avere pazienza, tanta pazienza. In questo periodo non ho molto tempo da dedicarle».
Probabilmente perché incalzato, confida pure di aver pensato e di pensare tuttora al matrimonio. Quando? È imminente? «Non sono nelle condizioni di poter assumere un impegno così importante. Ma ora, se possibile, parliamo d’altro».
Dall’inizio della campagna elettorale ha dovuto mettere da parte un po’ di cose. La pratica dello sport, che, afferma, va necessariamente ripresa. «Ma dove lo trovo il tempo?», ragiona ad alta voce. Tra gli hobby, quello che certamente «mancherà di più è viaggiare».
Dal giorno dell’insediamento la vita è cambiata.
Sveglia di buon’ora, per arrivare alle 8 in Municipio. «Ma non sempre ci riesco. Dipende da quante persone incontro lungo il percorso. C’è chi si limita a salutarmi da lontano e chi mi ferma perché ha esigenza di parlare, di raccontarmi. Ci sono giorni che impiego davvero tanto prima di raggiungere l’ufficio».
L’orario di ingresso è noto, quello di uscita no. «Dipende dagli impegni. E almeno in queste prime due settimane sono stati tanti. Non credo sarà possibile stabilire un orario di “fine lavori” o imporsi un limite oltre il quale non andare. C’è molto da fare. Ma questo non mi spaventa, anzi».
Roberto si avvicina al Movimento 5 Stelle nel 2012. Non aveva intenzione di scendere in campo, di candidarsi, per intenderci. «Da lì a poco sarei partito per il Veneto. Pasquale (il fratello campione di volley, ndr) allora viveva lì. Ho collaborato con uno studio legale. Ma anche dal Veneto ho seguito cosa accadeva in Molise. Ricordo il comizio di Beppe Grillo in occasione delle regionali del 2013, scesi a Campobasso ed ero in prima fila sotto il palco».
L’amore per il Movimento conseguenza della «delusione totale da tutto il mondo politico». Ma anche la voglia di «mettermi in gioco e, soprattutto, partecipare attivamente a quello che dovrebbe fare ogni cittadino. Stare dietro un computer, dietro una scrivania, piuttosto che al bar e lamentarsi anziché provare a fare qualcosa, non è un passo che tutti riescono a muovere. Quando mi sono avvicinato al Movimento non avevo idea di candidarmi. Ero già consapevole che da lì a poco sarei andato in Veneto. Ricordo che era luglio 2012, formalizzai l’iscrizione al meetup e partecipai alla prima riunione: non conoscevo nessuno. A settembre salii sul treno».
Da molisano 35enne che lascia la sua terra per poi tornare e scalare la vetta del Municipio, ai giovani dice «di provare a mettersi in discussione, impegnarsi. So che potrebbero sembrare parole vuote, frasi fatte, bisogna però rifuggire dalla logica alla quale siamo stati abituati, ovvero, che è qualcuno che deve trovare una soluzione ai nostri problemi. Bisogna provare a farlo in prima persona, consapevoli delle enormi difficoltà. Ci sono gli spazi per poter agire senza aspettare la manna dal cielo».
Due settimane non sono tante, ma Roberto siede sugli scranni del Consiglio comunale della città capoluogo dal 2014. Le idee sullo stato di salute di Palazzo San Giorgio sembrano chiare.
«Fare opposizione e amministrare sono due mondi totalmente diversi. Come definirei lo stato di salute del Comune? Tranquillo, ma con riserva. In 15 giorni non ho avuto la possibilità di acquisire l’esatta cognizione di ogni cosa. I problemi ci sono e ne arriveranno altri. Ma c’è anche qualche prospettiva positiva».
Lo ha ribadito in campagna elettorale e lo conferma oggi: tra i primi obiettivi, «voglio capire quali risorse abbiamo in cassa per attivare qualche altro lavoro pubblico di manutenzione ordinaria. Ho eseguito una ricognizione presso il settore finanze, ma adesso nel dettaglio se ne occuperà l’assessore. Qualche risorsa la reperiremo, bisogna capire i tempi e le priorità».
Alle casse del Comune – unica stoccata politica di tutta la chiacchierata – mancano «i trasferimenti. La Regione deve velocizzare i trasferimenti. Siamo un Comune che senza le risorse provenienti dall’esterno, mi riferisco, per esempio, al Contratto istituzionale di sviluppo o al Bando periferie, non può fare grandi cose. La nostra capacità di riscossione è a un buon livello, riscontriamo (e scontiamo) ritardi sui trasferimenti regionali, trasporto pubblico locale in primis, ma anche sulle aree urbane. È necessario, lo ribadisco, che la Regione velocizzi le procedure».
Nessun pericolo imminente per i conti dell’ente, «ma l’attenzione è massima perché sappiamo bene che gli equilibri di bilancio sono sempre molto labili».
Palazzo Chigi è amico. Il governo potrebbe, laddove necessario, supportare l’amministrazione con un intervento straordinario. Secondo il sindaco, tuttavia, il Municipio non è nelle condizioni «di dover chiedere aiuti al governo. Riusciamo a sostenere l’indebitamento. È chiaro che se vogliamo fare qualcosa, qualcuno dovrà aiutarci. Per questo guardiamo con grande interesse e tanta speranza al Cis. Presenteremo un nuovo progetto che riguarderà il centro storico e speriamo di poter mettere in atto anche qualcosa per la frazione Santo Stefano. In queste ore stiamo “combattendo” una lotta contro il tempo, considerando gli adempimenti che ci attendono da qui alla prima seduta del Consiglio».
Vincere il ballottaggio 70 a 30 è un carico di responsabilità notevole. La città ha riposto fiducia nell’amministrazione Gravina. E lui ne è «più che consapevole. È il motivo per il quale ancora non riesco a godermi questa vittoria così larga. Sento forte il peso della responsabilità. Contentissimo, ma so bene che quella fiducia non è senza riserve e non è illimitata. Ce la sto mettendo davvero tutta».
Oggi torna, a distanza di pochi giorni, Luigi Di Maio. Vicepremier, ministro, ma anche capo politico del Movimento 5 Stelle. Torna in un giorno particolare, il giorno di Corpus Domini, la festa più sentita e partecipata del capoluogo.
«Lo aveva promesso a me, ma soprattutto alla città. La presenza del ministro darà ulteriore lustro all’evento».
Un segno di vicinanza del governo a Campobasso. Certo, ragiona. «Ma la vicinanza alla città sarà ancora più forte se sul Cis le cose andranno a buon fine».
Roberto Gravina è su una torre. Con lui Luigi Di Maio, Roberto Fico e Alessandro Di Battista. Due possono scendere, due devono necessariamente finire in mare. È il sindaco a decidere chi sono i due che si salveranno. «Cosa farei? Mi butto giù io (sorride di gusto, ndr). Ragazzi, vi saluto, direi loro. E vado giù io».
Mentre ragioniamo bussa alla porta il segretario generale di Palazzo San Giorgio. Ha con sé le convocazioni del Consiglio, un adempimento che non può attendere oltre. La seduta di insediamento è in programma il 1 luglio. Roberto gli chiede un attimo di pazienza.
Il tempo a disposizione è finito.
È necessario però che spenda qualche parola per l’ospedale Cardarelli, che seppur unica struttura pubblica non penalizzata dai programmi operativi, soffre alla pari delle altre. Non è una prerogativa del sindaco, ma assicura che farà sentire forte la sua voce in ogni sede, anche e soprattutto sui tavoli romani.
«Se funziona bene l’ospedale di Campobasso ne trae beneficio l’intera regione. La prima cosa che chiederò, è quella di attivare un sistema di elisoccorso. È impensabile con l’assistenza che fornisce Neuromed al sistema sanitario regionale e considerando le condizioni precarie della viabilità dover percorrere tanti chilometri per raggiungere, per esempio, Pozzilli da Termoli in caso di emergenza. Certo, il sindaco non ha potere in tal senso, ma è necessario farsi sentire. Faremo arrivare la nostra voce su tutti i tavoli, impegnando i nostri parlamentari, le strutture nazionali del Movimento e faremo tutto quello che sarà possibile fare».
Campobasso, certo. Ma non solo. Tutto il Molise guarda Roberto Gravina.
«Fa piacere. Fa enormemente piacere. Ma l’importante è farmi guardare e fare bene da sindaco di Campobasso. Che, garantisco, non è poco».
Luca Colella

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