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La sfida più grande per il Molise: «Ridare speranza ai suoi giovani»

La sfida più grande per il Molise: «Ridare speranza ai suoi giovani»

Ha cambiato la disposizione dei mobili. Non per vezzo o affermazione di potere, ma perché – ad esempio – da radiologo la luce di una finestra sullo schermo del pc non la predilige proprio.
Il rodaggio per Luca Brunese ha significato – e un pezzo di strada è ancora da fare – abituarsi all’idea che adesso ha in mano il governo politico e strategico dell’Ateneo. E rinunciare a partecipare alle riunioni del dipartimento di Medicina per non influenzarne le scelte. Il rodaggio è accettare anche scelte che lui avrebbe fatto diverse.
Siamo nel pieno delle immatricolazioni, l’obiettivo del numero uno di via de Sanctis è far diventare Unimol protagonista attiva di una stagione non più solo di resistenza – o resilienza come usano dire i politically correct – del Molise, ma di nuova partenza. Un posto in cui si può restare, crescere e produrre perché si è formati nel modo giusto.
Perché iscriversi all’Università del Molise, rettore Brunese?
«Il motivo principale, per me, è che la nostra università è bella e ci si studia bene e ci si vive bene. Può sembrare banale, ma l’ambiente nel quale si lavora e si studia deve essere favorevole a che si possa stare concentrati sull’unica cosa che è importante: studiare. Farlo da casa, lo dico innanzitutto ai ragazzi molisani, è oggettivamente più facile. Altro motivo è che da quest’anno stiamo mettendo ancora più attenzione ai servizi agli studenti. Per chi si iscrive entro il 20 settembre, il trasporto è gratuito, stiamo lavorando col Comune di Campobasso su qualche problema in merito al trasporto locale, faccio riferimento agli studenti di Medicina che devono raggiungere Tappino per le lezioni. Da quest’anno abbiamo anche il conto corrente gratuito per chiunque si iscrive al nostro ateneo, con agevolazioni significative. Speriamo anche di fare altro, ma preferisco restare alle cose già certe altrimenti sembrano promesse».
Ottimale anche il rapporto fra numero di docenti e di studenti.
«Resta uno dei punti di forza. E il mio riferimento è ad università importantissime nel mondo come Harvard. Il calcolo del rapporto fra numero di docenti e numero di studenti ci è favorevole, il professore per uno studente deve essere il ‘suo’ professore. Altro punto su cui mi piace insistere è che miglioreremo ancora di più l’attenzione sul percorso in modo da favorire il più possibile l’ingresso nel mondo del lavoro di chi si laurea da noi. Ci sono settori in cui questo aspetto è standard, pensiamo alle scuole di medicina, ma non è così per tutti i settori. Il profilo con cui il laureato esce è importante per aiutarlo a trovare lavoro».
Tra i docenti Unimol, l’appena nominato titolare degli Affari regionali nel governo Conte bis: Francesco Boccia.
«Tra l’altro un Ministero non lontano da tanti problemi del Molise. Con Francesco speriamo di fare iniziative insieme, siamo naturalmente orgogliosi e felici della sua nomina. Io dico che questo è anche un aspetto della qualità dei nostri docenti. Come lui, nostro docente di Economia aziendale, tanti altri hanno qualità importanti dal punto di vista scientifico, professionale e umano nel rapporto con i ragazzi».
A luglio in questa stessa stanza ha accolto Lorenzo Fioramonti, allora vice ministro e oggi a capo del Miur.
«Sì, era ospite del sindaco per una manifestazione e abbiamo organizzato una visita da noi. Ne ho avuto un’ottima impressione. Quando parlo di università, io focalizzo sempre l’attenzione dei miei interlocutori su due temi fondamentali: gli atenei del Sud e i problemi legati alle aree interne. Non difendere queste università significa abdicare alla propria funzione di Stato. È vero che bisogna premiare il migliore, è corretto, lo capisco. Ma questa fascia, la premiazione del migliore, deve essere piccola. Il grosso del finanziamento deve riguardare ciò che lo Stato fa per essere presente nel territorio in cui insiste. Abdicare nei confronti del privato o di altre formazioni a distanza – per dirne una le telematiche che per me sono sempre un passo indietro come valore rispetto al professore in aula anche se oggi lo strumento è molto migliorato – è una scelta strategica che lo Stato compie. Non è premiare il migliore. Faccio un esempio inventando: ho tre eccellenti atenei a Venezia, Torino e Aosta, ma non significa che devo far andare tutti gli studenti italiani in quei tre atenei. Si deve invece lavorare per portare il livello qualitativo e quantitativo della formazione nelle sedi dove ce n’è di meno, in questo modo si dà al territorio pari opportunità. L’università è un tema su cui un governo può dimostrare interesse per questo aspetto oppure no. E il ministro Fioramonti è sensibile sull’argomento, è un problema che lui ha chiaro in mente. Quando abbiamo parlato delle iniziative possibili, era ‘sul pezzo’, ne ragionava con competenza».
Il suo rodaggio da rettore come è andato?
«Faccio un po’ fatica a lasciar fare ad altre persone cose che mi piacerebbe continuare a fare. È un aspetto su cui il rettore deve prestare molta attenzione. Il rischio è che pensando di essere bravo a risolvere alcune cose si distragga dal suo vero compito, che è la guida politica e strategica dell’ateneo. Nei primi mesi ho cercato di individuare le problematiche pensando che mi avrebbe aiutato nella scelta della squadra ed effettivamente è stato così. Adesso mi trovo come quando un bambino ha appena imparato a camminare, la preoccupazione del genitore è di lasciargli la mano. Più presto impara il genitore a difendersi dalla propria preoccupazione, più presto il bambino impara a camminare. È un impegno che mi sono posto. Per esempio, non vado alle riunioni del mio ex consiglio di dipartimento (di Medicina, ndr) pur facendone parte perché temo di infastidire, ostacolare per certi versi le decisioni che il dipartimento deve prendere. Quindi devo essere disposto a sopportare che alcune di queste decisioni non sono quelle che avrei preso io quando ero direttore».
Qual è l’obiettivo di Luca Brunese nel primo anno di mandato?
«Vede, io nel mio progetto – che mi auguro di portare avanti in questi anni – immaginavo un’università centrale nel territorio e centrale in una serie di iniziative legate allo sviluppo congiunto dell’università e della regione. Questo è il mio reale obiettivo di tutto il mandato. Già dal primo anno conto di lavorare in questo senso. Ho in mente due o tre iniziative importanti di livello nazionale, forse una anche di rilievo internazionale: serviranno a creare attenzione, che è la cosa più importante, l’attenzione che è mancata negli ultimi 15 anni nei confronti del mondo universitario. Per fortuna, nel nostro caso, questa maggiore rinnovata attenzione si sposa con una maggiore rinnovata attenzione, io spero, per la regione nella quale l’università insiste».
Qual è la sfida più complicata per il Molise di oggi e come Unimol può supportare il territorio in questa sfida?
«Una volta tanto, posso dire da medico, non è la sanità. È la visione, la speranza dei ragazzi. Le nuove generazioni devono percepire che in questo territorio è possibile creare sviluppo, lavoro, far nascere aziende e cominciare attività nuove. Questa secondo me è la sfida più grande perché il rischio è la diminuzione degli abitanti, che sul lungo periodo è un problema di tante regioni – la Basilicata, la Calabria, alcune zone della Campania – ma il Molise partendo già da un numero più basso vive questa realtà in maniera più grave. In questo l’università può essere molto utile. Innanzitutto, il nostro ruolo deve essere far capire a chi vive in Molise che per formarsi non è necessario andarsene, questa è una prima leva per fermare la fuga dei giovani. La seconda sfida è collegare il percorso di studi all’attività lavorativa. Più forte sarà questo vincolo, maggiore sarà la nostra capacità di ‘produrre’ professionisti laureati, in grado di entrare nel mondo del lavoro anche in Molise, più difenderemo oltre che l’università anche il territorio».

rita iacobucci

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