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Templi, necropoli, gioielli e armi: riaffiora la nostra storia più antica

L’altra faccia della medaglia, quella che non t’aspetti e brilla di luce propria: un’infrastruttura finita nell’occhio del ciclone e avversata perché – lungo il suo percorso – incrocia zone a vocazione naturalistica, siti di interesse comunitario e aree archeologiche. Ma, in quello strano gioco del destino e di casualità che di solito segna ogni vicenda, senza quei lavori forse oggi mancherebbe una tessera importante al puzzle della ricostruzione storica del territorio e di chi lo ha abitato. Quegli scavi per posizionare gli enormi tubi del metanodotto Larino-Chieti hanno restituito, ed ecco l’altra faccia della medaglia, pezzi di passato, fasti e splendore. Testimonianze di vivacità culturale, tracce importanti che aggiungono dettagli e particolari rilevanti nella ricostruzione della storia di un territorio e di un popolo. Ricche tombe principesche, insediamenti produttivi e abitativi, sistemazioni del paesaggio agrario e ambientale: tracce del passato che delineano un quadro composito, fatto di contatti e scambi culturali, anche a lungo raggio. Una storia, davvero, quella che ieri hanno raccontato, a Palazzo Iapoce, la dirigente Dora Catalano e i funzionari archeologici della Soprintendenza Chiara Santone e Gabriella Carpentiero quando hanno illustrato i risultati del percorso di studio, di ricerca e delle attività di tutela, le due direttrici più rilevanti lungo le quali si sviluppa l’azione degli uffici territoriali del Mibact. Le successive attività di ricerca e studio, in quell’area, renderanno possibile la diffusione di questo patrimonio culturale, in una prospettiva partecipativa, per valorizzare sia le evidenze archeologiche sia il rapporto duraturo tra l’uomo e il territorio, con il potenziale coinvolgimento delle comunità locali.
Ma la storia non finisce qui, anzi, sul versante opposto, lì dove la Soprintendenza continua il suo lavoro per riportare alla luce l’antica Saepinum, ne è cominciata un’altra. In quel luogo magico, dove il tempo si è fermato, nei pressi del Foro è appena terminata la terza campagna di scavi, appendice di un’attività di ricerca iniziata nel 2017.
Le attività svolte in questo anno raccontano di un tempio su alto podio, costruito all’inizio del I secolo dopo Cristo, che si inserisce nell’ambito del grande progetto urbanistico di età augustea. Gli scavi della parte antistante dell’edificio hanno permesso di ricostruire le vicende legate all’abbandono della struttura dopo la dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente: l’area fu utilizzata come necropoli e i materiali del tempio furono reimpiegati nella costruzione delle vicine casette rurali. E, dagli approfondimenti sugli ambienti sotterranei del tempio, sono state individuate stratificazioni preromane e si è arrivati fino al suolo geologico. Lavori di scavo che termineranno il prossimo anno quando saranno sistemati i percorsi e il tempio romano sarà visitabile. La storia torna alla luce e illumina una regione che c’era e c’è ancora.

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