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Il Vaticano investe in immobili a Londra, nell’affare spunta Torzi

Nella Chiesa di Francesco i soldi destinati ai poveri finiscono in speculazioni immobiliari e non solo: una piattaforma petrolifera al largo dell’Angola – affare da cui il Vaticano poi è uscito perché non conveniente – o l’acquisto di un vecchio ed enorme magazzino di Harrods a Londra per realizzare appartamenti di lusso. Una merchant bank di un Lussemburgo qualunque: la Santa Sede sembra questo nell’inchiesta di Emanuele Fittipaldi per L’Espresso.
Un colpo durissimo al Pontificato di Bergoglio, che ha autorizzato l’indagine e promesso che non ci saranno sconti per nessuno. Finora ha pagato solo il capo della Gendarmeria Domenico Giani: si è dimesso dopo il primo articolo dell’Espresso, per la fuga di notizie sull’inchiesta che coinvolge cinque persone, tra cui don Mauro Carlino, capo degli uffici della Segreteria di Stato, e Tommaso Di Ruzza, direttore dell’antiriciclaggio.
Nel numero in edicola domani, il settimanale ricostruisce in maniera approfondita i dettagli delle operazioni finite nel mirino dei pm del Papa. E spunta il nome del broker di Larino Gianluigi Torzi, da anni operativo a Londra e noto alle recenti cronache locali per la vicenda che ha riguardato una villa a Termoli, villa di proprietà della Pts Village in cui Torzi è stato socio dell’ex governatore Paolo Frattura. Il cambio della serratura del cancello e la lite che seguì con gli affittuari dei vecchi proprietari di tutto l’immobile, le contestazioni sulla proprietà di una parte dell’edificio e le denunce scaturite dall’episodio principale, su cui la procura frentana ha indagato (per Frattura ad agosto 2018 il gip ha pronunciato il proscioglimento perché «il fatto non sussiste»). Nella ricostruzione della figura del broker molisano che ha fatto fortuna Oltremanica, Fittipaldi accenna pure alla villa. Ma se quella storia è complessa, l’ennesimo ‘Vatican Leak’ supera la sceneggiatura delle serie più avvincenti.
Partiamo dai soldi della carità usati invece per fare altri soldi. L’inchiesta dei pm del Papa rivela che la Segreteria di Stato nel 2019 gestisce fondi extrabilancio per 650 milioni di euro, «derivanti in massima parte dalle donazioni ricevute dal Santo Padre per opere di carità e per il sostentamento della Curia Romana», scrive il settimanale. È l’Obolo di San Pietro, che dovrebbe essere destinato ai bisognosi. Investito invece, con l’aiuto in primis di Credit Suisse, in operazioni finanziarie irregolari, secondo l’Ufficio del Revisore Generale che è una sorta di “Cantone” del Vaticano.
Tutto comincia nell’ottobre 2012: Raffaele Mincione, finanziere italiano noto per aver tentato la scalata alla Popolare di Milano e a Banca Carige, viene contattato da un ex manager di Mediobanca, Ivan Simetovic che a sua volta lo mette in contatto con un dirigente di Credit Suisse, Enrico Crasso. Gli viene spiegato che Credit Suisse gestisce una parte importante del patrimonio del Vaticano, la richiesta è se vuole fare da advisor per un investimento da 200 milioni di dollari, un’operazione petrolifera in Angola. La sua consulenza è categorica: l’affare è antieconomico. Il Vaticano, siamo nel 2014, rinuncia alla piattaforma.
Mincione però rilancia – ricostruisce sempre L’Espresso – e propone alla Santa Sede di investire i 200 milioni di dollari, 130/140 milioni di euro, in una Sicav in Lussemburgo gestita dalla sua holding Wrm. Vuole vendere al Vaticano il 45% «di un palazzo al centro di Londra, al 60 di Sloane Avenue, che lui aveva comprato due anni prima per dare il via a una grande speculazione immobiliare. Il Real Estate è sicuramente più stabile del prezzo volatile del greggio. E l’affare va in porto», scrive Fittipaldi. Trasformato da commerciale a residenziale, il palazzo del 1911 da 17mila metri quadrati, frutterebbe una cinquantina di appartamenti di lusso che rivenduti raddoppierebbero il capitale. Semplice, perfino cosa buona e giusta. Se non fosse che gli investitori sono monsignori che usano i fondi che invece dovrebbero sfamare i poveri o dare un tetto ai bisognosi.
Con Mincione, comunque, le cose non vanno bene. Nell’estate del 2018 il Papa nomina un suo fedelissimo come Sostituto agli Affari generali della Segreteria di Stato, Edgar Peña Parra: è lui che decide di uscire dal fondo lussemburghese di Mincione. «Ma per farlo e non realizzare la perdita decide, a sorpresa, di comprare tutto il fabbricato», si legge nell’articolo di Fittipaldi. Il finanziere vende la sua parte e resta convinto che l’operazione «resta ottima: basta si muovano a ristrutturare e vendere gli appartamenti».
A giugno di quest’anno Parra chiede allo Ior 150 milioni per “ragioni istituzionali”. Il direttore Mammì si insospettisce, risponde picche e denuncia tutto al Promotore di Giustizia il 2 luglio. Ad agosto anche il Revisore Generale aggiunge una sua relazione-denuncia sul business milionario londinese. Così i pm e la Gendarmeria scoprono che la Segreteria di Stato Vaticana non ha preso il controllo del palazzo nel quartiere di Chelsea ma si è affidata a Gianluigi Torzi. «Un raider tempo fa accusato di aver cambiato le serrature di un cancello di una proprietà immobiliare, impedendo l’accesso alle legittime proprietarie di un immobile vicino la sua villa al mare. E finito lo scorso luglio, ha raccontato il Fatto, nelle liste nere del database WorldCheck, “per diverse indagini a suo carico avviate dalla procura di Roma e Larino (per la vicenda della villa, ndr) per reati di falsa fatturazione e truffa”», sintetizza L’Espresso.
Il palazzo, «come risulta all’Espresso da atti riservati, a fine 2018» è «stato acquisito attraverso la Gutt Sa, una società del Lussemburgo “rappresentata” si legge nell’atto transattivo tra Segreteria di Stato e Mincione “dal signor Gianluigi Torzi”. La Gutt, scrivono poi i pm nel decreto di perquisizione, sarebbe la “società che ha svolto la funzione di soggetto intestatario fittizio” delle altre società, quasi tutte in nel paradiso fiscale dell’isola di Jersey, che attraverso scatole cinesi “posseggono l’immobile londinese”. Ma come mai – si domanda L’Espresso – il Vaticano “ha finanziato” Torzi, come si legge nell’accordo transattivo firmato da monsignor Perlasca in persona e benedetto da Peña Parra, e usato la sua Gutt schermandosi dietro di lei? Perché gli ha dato dal 3 dicembre 2018 in gestione il palazzo appena comprato, tanto da essere pure “pienamente autorizzato a negoziare il presente accordo quadro e qualsiasi altro documento necessario ai fini della transazione” con Mincione?».
Nel mirino degli investigatori d’Oltretevere, in particolare, don Carlino e il capo dell’antiriciclaggio Di Ruzza per aver favorito l’operazione con Torzi. Che dalla Segreteria di Stato ha avuto «per cedere al Vaticano il patrimonio della sua Gutt e il controllo del palazzo londinese che aveva ottenuto per motivi inspiegabili a fine 2018, una commissione da ben 10 milioni di euro».
A primavera i primi attriti fra il broker larinese e la Segreteria di Stato. Ma estromettere Torzi rischia di aver un costo esorbitante per le casse vaticane. Una segnalazione all’Aif avvia il meccanismo che di fatto porta anche ad autorizzare il pagamento delle parcelle previste dai contratti a favore di Torzi nel caso il patrimonio della Gutt fosse tornato gratis a una società del Vaticano e lui avesse lasciato la proprietà e il controllo dell’immobile in via definitiva.
Gli investigatori dell’Aif – conclude l’articolo dell’Espresso – volevano «tracciare il flusso dei soldi con la collaborazione delle Uif estere, per capire se parte dei 10 milioni dati a Torzi sarebbero rimasti sui conti del finanziere. O movimentati a favore di qualcun altro dentro il Vaticano».
Altissimo il rischio che con le carte dell’inchiesta, Oltretevere si consumino guerre di potere e regolamenti di conti. Effetto collaterale di uno scandalo già di per sé devastante.
ppm

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