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L’aula della Corte d’Assise intitolata a Gianni Falcione, il giudice buono e giusto

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Il nome di Gianni Falcione da ieri mattina è impresso su uno dei muri della sua seconda casa: il tribunale.
L’aula per le udienze penali del palazzo di giustizia è stata intitolata al magistrato scomparso prematuramente il 20 dicembre all’età di 51 anni e, tra commozione e lacrime, è stato lanciato un segnale importante, che parla di onestà, integrità, coraggio.
Sono queste le caratteristiche del magistrato che è riuscito a lasciare un segno, non solo per la professionalità dimostrata nello svolgimento della sua delicata attività, ma soprattutto per la sua contagiosa umanità.
«Ricordo quando un imputato cercava di venderti le uova nella pausa tra un teste e un altro e come tu lo hai intrattenuto», ha raccontato Teresina Pepe nel corso dell’iniziativa voluta dai presidenti del tribunale Ottavio Abbate e dal consiglio dell’ordine degli avvocati Demetrio Rivellino e a cui hanno preso parte colleghi, amici, istituzioni e familiari.
Tutti gli intervenuti si sono rivolti direttamente al loro amico Gianni, avvertendo in maniera forte la sua presenza, nel luogo da cui non riusciva ad allontanarsi nemmeno negli ultimi giorni della sua battaglia contro il cancro.
«Eri meraviglioso, mi sei stato sempre vicino. Il nostro legame, profondo e discreto, mi tiene stretta a te», ha detto la sorella Lina. I suoi figli, Antonia e Pierluca, hanno scoperto la targa apposta all’esterno dell’aula, tenendo a mente gli indimenticabili momenti trascorsi con lo zio, la voglia di attingere al suo vasto bagaglio culturale attraverso lunghe chiacchierate.
«È un onore per me questo evento, però mio figlio non c’è più – il commento accorato della madre Teresa – ho tanti ricordi, era un uomo buono, troppo buono.
Ha lasciato un segno molto bello per il suo paese, San Giuliano Del Sannio e per tutti voi».
Il diritto penale è stato il suo grande amore, così come ha ricordato nel discorso d’apertura il presidente Abbate, tanto che pur di non lasciarlo, dopo i 10 anni canonici trascorsi a Campobasso, decise di trasferirsi a Vasto.
Nell’ultimo anno e mezzo però aveva ripreso in mano i manuali di diritto fallimentare, per cimentarsi in un ambito lavorativo diverso, sempre con entusiasmo e umiltà.
«Gianni aveva una grande grazia, una capacità di sintesi e di aggregazione – ha dichiarato Abbate -. Dove passava non lasciava divisioni e noi abbiamo voluto valorizzare questo lato e dargli la sua aula, dove rimarrà anche dopo la morte.

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Era un giudice buono, partecipe del dolore del prossimo e anche prima della sua scomparsa non voleva parlare delle cure a cui si sottoponeva, ma del futuro.
Confusa tra gli altri fogli, sulla porta del suo ufficio c’era una scritta: “La gratitudine non è un sentimento per gli uomini”. Ti sbagliavi Gianni, questa cerimonia ne è la dimostrazione».
Emozionato Rivellino ha ricordato aneddoti e circostanze che hanno messo in luce la capacità di dialogo che aveva Falcione, oltre la sua generosità.
«Quattro anni fa, quando nacque il mio secondo figlio, mi fece gli auguri, poi parlando della sua malattia mi disse che era felice che quel male non avesse colpito un padre – le parole del presidente del’Ordine degli avvocati – voglio dirgli grazie.
Aveva un cuore grandissimo, era equilibrato e quando giudicava lo faceva serenamente.
Era un amico e con gli avvocati aveva un rapporto leale e molto diretto, questo ci ha spinto a rendergli omaggio».
Valentina Ciarlante

Probabilmente l’aula della Corte d’Assise del tribunale di Campobasso, che da ieri porta il nome del giudice Giovanni Falcione, non aveva mai contenuto tanta gente tutta insieme. Davvero molte le persone che hanno voluto partecipare alla cerimonia di intitolazione al magistrato di San Giuliano del Sannio, morto lo scorso dicembre dopo una lunga lotta contro un male incurabile.
Una così massiccia presenza non è certo un caso. È evidente che Gianni Falcione è stato un giudice buono e generoso, un ragazzo a modo, anche un po’ fuori dagli schemi, ma sempre ligio al dovere, integerrimo e giusto nelle decisioni. Leale.
L’affetto dei suoi colleghi, degli avvocati, del personale del Tribunale, degli uomini delle forze dell’ordine e di tanta gente comune, ha rappresentato ieri la “prova regina” di un procedimento che doveva finire diversamente, ma che purtroppo si è concluso con una beffa ai danni di un uomo che voleva restare a tutti costi. Una volontà, quella di vivere, ribadita tra le righe dal presidente del Tribunale Abbate, dal presidente dell’Ordine degli avvocati Rivellino, dalla dottoressa Panichella, che ha parlato per tutti i dipendenti del Palazzo di giustizia, da Lina Falcione, sorella di Gianni, da Teresina Pepe.
I sentimenti e l’emozione hanno preso il sopravvento nell’attimo in cui dalla porta laterale dell’aula è entrata l’anziana madre del magistrato. Una donna provata dal dolore, dal fisico minuto come quello del figliolo, ma che con forza e dignità invidiabili ha trovato una parola di conforto per chiunque le si avvicinasse per salutarla.

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Di alto livello il ricordo tracciato dal presidente Abbate, che ne ha sottolineato pregi e virtù. Come quell’amore viscerale per il settore penale. “Giovanni – in estrema sintesi il pensiero del presidente – rappresentava quel giudice che ogni capufficio vorrebbe avere tra i suoi collaboratori”.
E come non riaffermare qui quanto il magistrato confidò all’avvocato Rivellino che gli chiedeva notizie sulle sue condizioni di salute. “Sai Demetrio, – gli disse meglio che questa cosa è capitata a me e non a un padre di famiglia”. Sì, perché Gianni Falcione era altruista, aveva sempre una parola di conforto anche per chi si presentava al suo cospetto per essere giudicato. E lo ha ribadito più volte Teresina Pepe, che oltre ad essere collega di Falcione era una sua grande amica, custode di tanti ricordi, aneddoti, istanti di vita. “Le ramanzine ai giovani fermati con la droga. O quella volta che un imputato tentò di vendere in aula le uova delle sue galline…”. Perché “Gianni era stimato e amato da tutti, talvolta perfino dalle persone che condannava”.
Gianni se n’è andato il 20 dicembre scorso. La Pepe ha ricordato che qualche ora prima andò a trovarlo in ospedale dove gli portò il modulo per la richiesta di ferie. “D’accordo – le disse -, ma al massimo una decina di giorni, poi rientro. Non voglio creare problemi ai colleghi”. Si coglie appieno l’essenza delle generosità di un uomo che pure in punto di morte pensava agli altri. “Vedrai – ancora Falcione all’amica Teresina – che mi intitoleranno un’aula del tribunale”. “Lo diceva scherzando – ha ricordato ieri mattina la Pepe – ma era consapevole”. Ecco, è stato questo uno dei momenti più toccanti della cerimonia: difficile perfino per gli uomini in divisa trattenere le lacrime.
Tanta la commozione anche quando ha preso la parola Lina Falcione. Un vortice di emozioni legate a ricordi, fatti inediti, segreti. Uno sforzo enorme quello compiuto dalla sorella del magistrato, ma un atto dovuto. Dovuto perché Gianni Falcione, il giudice dal volto umano, così avrebbe voluto.
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Vorrei dire solo poche parole per ringraziare il presidente del Tribunale dottor Abbate, il presidente dell’Ordine degli avvocati di Campobasso, avvocato Rivellino e tutti coloro che hanno reso possibile in questo Tribunale un luogo concreto con il nome di Gianni Falcione. In quest’aula lo abbiamo visto tante volte fino a qualche mese fa; qui ha tenuto, con fatica, la sua ultima udienza; chi c’era lo ha potuto vedere con la maglietta arancione sotto la toga.
Il ricordo della sua presenza è così vivo che ancora oggi, entrando, ci aspettiamo di vederlo e di sentire la sua voce.
Qualche parola vorrei dirla anche per ricordare chi era Gianni Falcione .
Nell’Elogio del Giudice, scritto da Pietro Calamandrei si legge: “Il senso della giustizia per il quale, appresi i fatti, si sente subito da che parte sta la ragione è una virtù innata che non ha niente a che vedere con la tecnica del diritto. Come nella musica, in cui la più grande intelligenza non serve a supplire la mancanza di orecchio”.
Gianni Falcione era un magistrato che coglieva immediatamente i fatti e capiva subito dove stava la ragione. Questa sua capacità l’abbiamo vista in ogni sua udienza e tra le righe dei tanti provvedimenti che ha scritto. Ognuno di noi ha in mente i suoi gesti, le sue domande, i suoi giudizi, tutti ispirati da questa particolare attitudine a cogliere ogni circostanza ed ogni sfumatura dell’animo umano.
Era poi un magistrato attento ed onesto; era un uomo delle istituzioni che rappresentava con grande dignità e che rispettava profondamente.
Tanti dopo la sua morte hanno scritto delle sue capacità professionali e della sua umanità, riconosciute da tutti anche quando era in vita.
Ma Gianni Falcione era così bravo, onesto ed attento perché viveva con il cuore spalancato a tutte le circostanze; e in tutte le circostanze stava con un desiderio irriducibile di bene e di verità.
Questo metteva in gioco di sé davanti ad ogni imputato, ad ogni avvocato, ad ogni collega, ad ogni cancelliere. Perché ognuno di loro c’entrava con la sua vita; ogni vicenda umana che aveva la responsabilità di giudicare c’entrava con questo desiderio.

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I suoi provvedimenti e i suoi gesti dicevano di questo suo modo di porsi nelle cose di tutti i giorni, le più grandi ed impegnative e le più piccole.
Questo sguardo spalancato al bene era contagioso: lo è stato per una giovane mamma arrivata in tribunale con tutta un’altra idea sulla vita del suo bambino; lo è stato per i tanti ragazzi che ha rimproverato in udienza o in carcere, che poi hanno avuto parole di gratitudine perché da quel rimprovero è ripartita la speranza per sé, lo è stato per tanti che hanno avuto la vita cambiata per le sue decisioni, a volte gravi; lo è stato per i tanti uditori che hanno avuto la fortuna di averlo come affidatario e che hanno imparato da lui che prima che un diritto, un dovere o una responsabilità la giustizia è una esigenza inestirpabile del cuore; lo è stato per me perché la mia vita è stata completamente trasformata dalla sua compagnia.
Anche l’udienza era travolta da questo sua totale libertà; come quella volta in cui un imputato si è presentato con un cesto pieno di uova che ha cercato di vendergli tra un teste e l’altro; chi c’era ancora oggi sorride ricordando il dialogo tra lui e questa persona così originale.
Come quella volta in cui un teste che non sapeva che fare con la formula di giuramento gli ha chiesto: “;a devo leggere”? Lui ha risposto: “Mah, se la vuole cantare”.
Ma già durante il tirocinio è stato chiaro a tutti chi fosse: durante un corso a Roma per uditori ha organizzato una lezione di yoga; lui era il maestro e tutti i colleghi uditori gli stavano attorno e seguivano i suoi movimenti e la sua respirazione; questa è stata la scena che si è presentata agli occhi di Elena Quaranta entrando in camera sua.
Questo Tribunale era per lui un luogo caro, dove si sentiva a casa, circondato dall’affetto di tutti; qui è venuto quando ha voluto condividere le cose belle e quelle drammatiche.
Il 19 marzo, a chi gli ha fatto gli auguri di compleanno ha detto: “Spero di continuare a festeggiarlo con voi”.
Quando per la prima volta ha fatto la chemioterapia si è presentato a una direttissima con l’infusore della medicina dentro un marsupio.
La mattina del 20 dicembre gli ho portato in ospedale un modulo per chiedere le ferie. “Prendo solo dieci giorni”, ha detto. “Non voglio pesare sui colleghi”. Fino all’ultimo il suo pensiero è stato anche per loro.
Ma ognuno di noi potrebbe raccontare tanti altri episodi, tanti altri gesti, per dire chi fosse.
Con questa consistenza umana Gianni Falcione ha lavorato in questo Tribunale ed è stato davanti al suo destino, fino all’ultimo; anche quando l’aggravarsi della malattia ha reso più urgente la domanda di bene per sé.
Un luogo che porta il suo nome ci consente di fare memoria di questo sguardo carico di vita e di bellezza.
Lui lo sapeva, immaginava questo gesto; poco prima di morire mi ha detto “…Mi intitoleranno un’aula”. Lo ha detto con dolore ma con la certezza di essere amato.
Grazie ancora a chi ha avuto questo pensiero affettuoso per Gianni e per tutti noi.
Teresina Pepe

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