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Omicidio Pecorelli, spariscono le prove: l’inchiesta si complica

La pistola è andata distrutta e i proiettili, almeno al momento, risultano introvabili. Il risultato è che rischia di complicarsi ulteriormente la nuova indagine sull’omicidio di Mino Pecorelli, il giornalista di Sessano Del Molise ucciso a Roma il 20 marzo 1979.
Ma cosa è accaduto? La Procura di Roma, che aveva aperto un nuovo fascicolo dopo l’esposto presentato dall’avvocato Walter Biscotti per conto di Rosita, la sorella 84enne del cronista fondatore di OP, aveva il compito di verificare se all’ufficio ‘corpi di reato’ del tribunale di Monza ci fosse, tra le armi poste sotto sequestro, anche una Beretta calibro 7.65 silenziata, da comparare con i quattro proiettili che si dovrebbero trovare all’ufficio ‘corpi di reato’ del tribunale di Perugia.
Ma i pm romani hanno scoperto che l’arma in questione non esiste più. Come attesta un verbale, è stata distrutta nel 2013. E per questo ora i magistrati sperano di poter almeno acquisire alcune fotografie della pistola scattate quando nel 1995 l’arma fu sequestrata a Monza assieme ad altre attribuite all’epoca a Domenico Magnetta, soggetto in passato legato ad Avanguardia Nazionale. E, come si diceva, risultano al momento introvabili i quattro proiettili, depositati nel magazzino corpi di reato del tribunale di Perugia, con i quali il giornalista venne ucciso. Nell’istanza dei legali della sorella di Pecorelli sono stati sollecitati ai pm romani nuovi accertamenti balistici su alcune armi che furono sequestrate a Monza nel 1995 ad un soggetto in passato esponente di Avanguardia Nazionale. Si tratta, tra le altre, di una pistola Beretta 765 e di quattro silenziatori artigianali.
«La perizia sull’arma che potrebbe avere ucciso Mino Pecorelli si farà – hanno comunque sottolineato a Rainews 24 gli avvocati Walter Biscotti e Claudio Ferrazza -. Esiste ampia documentazione – sostengono i penalisti – sia dei proiettili sia della pistola, che è stata distrutta nel 2015. Ci sono foto a colori e prove di sparo con gli esiti accuratamente conservati. Quindi sarebbe comunque possibile eseguire una comparazione. Esiste materiale di buona qualità con il quale è possibile eseguire le comparazioni disposte dalla procura di Roma”. Le ricerche dei proiettili nell’ufficio corpi di reato del tribunale di Perugia non sono comunque ancora terminate. Dopo un primo sopralluogo che ha dato esito negativo, la Digos, incaricata dai pm romani di acquisire i reperti, hanno inviato una relazione ai magistrati. «Nelle prossime ore – ha annunciato l’avvocato Biscotti – mi recherò a controllare altri scatoloni».
L’omicidio. L’assassinio di Mino Pecorelli, direttore di Op, Osservatorio politico, è uno dei casi irrisolti più controversi della storia giudiziaria italiana. La sera del 20 marzo 1979 fu ucciso da un sicario che gli esplose quattro colpi di pistola in via Orazio a Roma, nelle vicinanze della redazione del giornale. I proiettili, calibro 7,65, trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato (anche su quello clandestino), ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell’arsenale della banda della Magliana rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità. L’indagine venne archiviata una prima volta a Roma nel 1991. Poi riaperta sempre nella capitale nel 1993 e trasferita a Perugia dopo il coinvolgimento dell’allora magistrato romano Claudio Vitalone. Il processo si è poi concluso con l’assoluzione piena di tutti gli imputati da parte della Cassazione. Un procedimento che aveva coinvolto Vitalone, Giulio Andreotti, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati.

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