Menù

Campitello, storia di un mancato decollo

Campitello, storia di un mancato decollo

Prima le audizioni in Commissione, poi il consiglio regionale monotematico -convocato per domani mattina su richiesta dei 5 Stelle – per fare luce sulla situazione, evidentemente critica, dei comprensori sciistici di Campitello Matese e Capracotta e, soprattutto, per individuare una strada utile ad uscire dall’empasse. Sindaci, maestri di sci, rappresentanti dei lavoratori e dei proprietari degli immobili, operatori economici e del piccolo commercio e anche la società Funivie chiamati, quindi, ad esporre le motivazioni del mancato decollo di un’intera area a vocazione fortemente turistica ma che, nonostante le iniezioni di fondi pubblici e la buona volontà dei privati, sembra imprigionata nell’improvvisazione. Un progetto – per l’area a ridosso delle due province di Campobasso e Isernia – c’è già ed è contenuto in un documento sottoscritto dai sindaci di San Massimo, Roccamandolfi, Campochiaro, Cantalupo nel Sannio, Colle d’Anchise, Guardiaregia, Macchiagodena, San Polo, Santa Maria del Molise e Spinete. Agli amministratori, poi si sono uniti gli operatori economici dell’area e chi, a vario titolo, ha interesse affinché finalmente il comprensorio del Matese possa diventare quello che, da decenni, è solo una rappresentazione verbale. La proposta è semplice e chiara: il Comune di San Massimo vorrebbe assumere la titolarità degli impianti di risalita attraverso il trasferimento, da parte della Regione, di quelli che sono gli asset di proprietà. L’ente locale ha un evidente rapporto con il proprio territorio, in grado quindi di assicurare una più adeguata gestione organica e programmata della località. Un modello di sviluppo non nuovo che è realtà in alcune regioni dove il turismo invernale esercita il giusto appeal, richiama migliaia di turisti, diventa scenario per manifestazioni sportive internazionali. Valle d’Aosta, Lombardia, Piemonte, Friuli e Trentino solo per citare gli esempi. Oggi la Regione Molise è soggetto erogatore, attuatore e gestore. Togliere questa ‘castagna dal fuoco’ significherebbe scindere le funzioni con precise e individuabili responsabilità che darebbero vita ad un circuito virtuoso: è questa la chiave di lettura dei firmatari della proposta. La Regione, quindi, diventerebbe il soggetto erogatore del finanziamento, il Comune dovrebbe essere proprietario, programmatore e attuatore degli sviluppi e al privato sarebbe affidata la gestione. Con la cessione degli impianti, il sindaco di san Massimo reclama anche il trasferimento del finanziamento (inizialmente 12 milioni, oggi circa 8), derivante dalla sottoscrizione del Patto per il Sud: fondi stanziati per lo sviluppo di Campitello e che sarebbero dovuti transitare per il Comune di San Massimo. In questo disegno strategico, nel prossimo futuro, avrà un ruolo fondamentale anche il Cis con il progetto di ampliamento del comprensorio sciistico verso Roccamandolfi del valore di 30 milioni di euro sottoscritto l’11 ottobre scorso. Sullo sfondo del ragionamento che i sindaci e gli operatori avvieranno con la Regione Molise domani mattina, resta la fotografia di un luogo ostaggio di inefficienze e di sprechi: impianti obsoleti, mancanza di una business strategy, elevati costi di gestione, pesanti vicissitudini societarie – dal pubblico al privato e viceversa – che si sono inanellate dagli anni Settanta ad oggi. E poi gli investimenti disastrosi, tre esempi – chiarificatori – su tutti. Il primo: il caso della seggiovia Colle del Caprio, ormai inutilizzabile causa scadenza della vita tecnica. Il patto territoriale del Matese erogò un finanziamento di circa 6 miliardi delle vecchie lire per la realizzazione di un impianto innovativo per l’epoca: una delle caratteristiche prevedeva la tecnologia di sganciamento automatico delle sedute e l’omologazione per una portata massima di 2mila 500 persone ogni ora. La qualità del calcestruzzo utilizzato per le fondazioni delle basi di appoggio dei piloni ha generato problemi di staticità; l’errore di esecuzione ha comportato il limitato utilizzo dell’impianto che avrebbe dovuto essere tecnologicamente avanzato ma che oggi è collaudato solo per 1400 persone, allungando nei giorni di affluenza il tempo di risalita e quindi l’attesa dei turisti. Il secondo: l’impianto di innevamento programmato, realizzato nel 2004 e costato 3 milioni e mezzo di euro. A causa di errori in fase di progettazione e in fase di esecuzione e successivamente per i mancati controlli, non è mai stato possibile attivarlo integralmente. Problemi legati ai cavidotti elettrici sottodimensionati e di bassa qualità (in alluminio e non in rame), ai pozzetti non a norma e non ispezionabili perché collocati in punti inadeguati, al lago di accumulo di acqua totalmente inutilizzabile a causa dei problemi di impermeabilizzazione dell’invaso. Il terzo: dieci anni fa si avviò la fase progettuale per la sostituzione della sciovia Capo D’Acqua, opera consegnata nel 2016. L’impianto, però, non può essere messo in funzione a causa di errori progettuali macroscopici: i casotti di arrivo e partenza che contengono i quadri elettrici di comando presentano copiose infiltrazioni d’acqua e causano, come è evidente, continui problemi tecnici e di sicurezza. La stazione di partenza, poi, presenta un dislivello eccessivo rispetto alla pista di arrivo costringendo gli sciatori a sganciare gli sci e a percorrere un tratto di risalita a piedi per poter raggiungere la stazione di partenza.
red.pol.

*fonte foto: facebook

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.