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«Restano coscienti, li curiamo come familiari: non si vede ma mi emoziono anche io…»

È stata lunga, molto lunga. Come la casistica cinese e del nord Italia indicano: un paziente affetto da Covid che accusa grave insufficienza respiratoria acuta e ha bisogno di terapia intensiva passa in rianimazione dai 20 ai 30 giorni.
È stato così per i tre molisani che sono usciti da pochi giorni, o poche ore, dal reparto coordinato da Romeo Flocco. Responsabile della rianimazione del Cardarelli, anima e motore della postazione più avanzata nella lotta della sanità regionale contro il coronavirus, ha spiegato ieri ai microfoni di Teleregione il percorso dei ricoverati: dalla terapia intensiva dopo i miglioramenti ritenuti decisivi passano alla sub intensiva e a seguito di una ulteriore stabilizzazione vengono dimessi dal reparto.
«È il percorso di questa grave insufficienza respiratoria da polmonite interstiziale. Il tempo di rianimazione è abbastanza lungo, tra i 20 e i 30 giorni nella casistica cinese e anche nella casistica del nord Italia». Il livello terapeutico non cambia rispetto ad altre patologie: c’è però la forte trasmissibilità del virus per cui è necessario utilizzare i dispositivi di protezione individuale per evitare di ammalarsi. «Dalla casistica di chi purtroppo ha avuto più esperienza di noi, viene fuori che il 20% degli operatori si ammala. Un numero enorme. Ciò nonostante – ha raccontato il dottor Flocco – pur sapendo che c’è questo rischio elevato nessuno si è mai tirato indietro tra gli anestesisti e rianimatori dell’ospedale di Campobasso e tra gli infermieri di rianimazione. Questi ultimi sono stati anche supportati dal gruppo più disponibile della sala operatoria, così abbiamo distribuito le risorse in maniera ottimale. In queste situazioni, in genere io divido le persone in due categorie: chi non si tira mai indietro e chi invece si nasconde. Posso dire che i rianimatori e gli infermieri della rianimazione del Cardarelli appartengono alla prima categoria».
Curare un malato di Covid-19 è peculiare sotto molti aspetti, e pesante per medici e infermieri. Ma si instaura un rapporto molto intimo con i pazienti. «Fanno parte della nostra famiglia», ancora le parole di Flocco. «Lo stato di coscienza è integro. Dopo che abbiamo finito il nostro ciclo di terapia il paziente è sveglio, collabora e interagisce con noi. Si crea un livello di intimità forte che ci viene riconosciuto anche quando lasciano il nostro reparto».
Un lungo applauso e qualche lacrima, tantissima commozione hanno accompagnato fuori dalla terapia intensiva il primario di Termoli che ora è in malattie infettive. Flocco non ha nascosto che lui per primo si commuove. Ma ha un ruolo fondamentale nella squadra. «Mi devo complimentare con tutti perché tutti danno il massimo e però perché questo accada bisogna dare l’esempio: devo essere il primo a fare certe cose, non posso nascondermi né posso manifestare certe emozioni. Le mie emozioni sono forti ma non sono evidenti׃.
ppm

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