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Campobasso, ricordo di Nicola Palladino che si nutrì di sport e vita

Campobasso, ricordo di Nicola Palladino che si nutrì di sport e vita

Nicola era uno di noi. In un certo senso, lo è ancora. Era inafferrabile e imprevedibile. Ci aveva abituati così, nei tanti anni passati insieme.
Nicola stava sempre dove voleva lui. In realtà, attualmente, sta qualche piano più su. Molto più in alto. Sta lì da dieci anni, in cui ha smesso di battersi cocciutamente per una causa persa, quella del cancro.
Aveva 63 anni, ma ne dimostrava dieci di meno. Era l’immagine della vita leggera e spensierata, divertente e divertita. Ma questo, in fondo, non è un profilo così unico e così esclusivo: c’è tanta gente che sa come bersi la vita tutta d’un fiato, tracannandola con avido gusto, sino a quando non ce n’è.
Nicola Palladino sopravvive nel cuore di chi gli ha voluto bene e resterà immortale grazie ai suoi inimitabili scritti che hanno fatto da filo conduttore al libro per i 50 anni della Virtus che ha fatto in tempo a dare alle stampe e a presentarlo lui stesso. In una serata speciale, passata assieme a un migliaio di amici della società gialloblù a Selva Piana, tra musica raffinata e la recitazione di alcuni brani scelti da Stefano Sabelli oggi attore, ma ieri atleta virtussino.
Sulla copertina del volume che tengo conservato in prima fila in libreria si legge: «Storia, vicende, persone di un gruppo sportivo che per mezzo secolo non ha mai perso di vista la vita».
Già, la vita. Nicola sentiva da un pezzo che la sua se ne stava andando. Eppure non l’ha mai data a vedere. Sino a che ha potuto si è recato al campo di atletica leggera per continuare a sostenere i suoi ragazzi, a cui non ha mai fatto mancare attenzioni e consigli, andando oltre i semplici steccati sportivi.
La raccolta di una parte della sua fertile produzione letteraria, è racchiusa nel libro che ha voluto pubblicare a tambur battente. Per stare nei tempi ha versato l’argento vivo nelle tasche dell’inseparabile Roberto, il “siamese”, dell’ineguagliabile Leo Leone, del presidente Carmine Dato e di quell’esercito di infaticabili collaboratori della Virtus, che solo chi li conosce può apprezzare sino in fondo.
Tutti gli amici parlano bene degli amici, meglio ancora quando sono morti. Se posso aggiungere un significato al semplice gesto di amicizia, mi sembra giusto considerare Nicola uno spot alla vita.
Nicola apparteneva a una specie protetta di persone vere. Di quelle persone che hanno occhi, scrittura particolare, una parlata forbita, unici nel loro genere, diversissimi da tutti gli altri. Di quelle persone che fanno dire a chi ha avuto il piacere di conoscerle e di starle vicine di essere stati fortunati. È valsa davvero la pena l’amicizia con Nicola che ho conosciuto quando portavamo i pantaloni corti e siamo stati avversari, lui con la maglia della Virtus, io col rossoblù della Gladiator, nelle infinite sfide sul campetto degli Orfani di Guerra e sulla ruvida carbonella del Romagnoli.
A Nicola, durante i lunghi mesi di malattia non hanno mai venduto illusioni. Sarebbe stato come mettere in discussione la sua fiammante intelligenza. Nessuno ha osato dirgli la bugia del momento: «Adesso di cancro non si muore più». Lui non ha voluto raccogliere il messaggio che passa in tv sui miracoli delle nuove tecniche. Un messaggio umiliante e disperante per i malati di cancro. Di cancro si continua a morire, e come. Nicola lo sapeva. Ma non s’è mai dato per vinto. Bevendo sino in fondo al calice della vita. Pur avvertendo che di lì a poco si sarebbe reciso il delicato legame con la madre, la moglie, le figlie, i fratelli e la sterminata famiglia della Virtus.

Gennaro Ventresca

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