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Plasma iperimmune: la terapia sperimentale per contrastare il Covid

Plasma iperimmune: la terapia sperimentale per contrastare il Covid

Terapia anti-Covid19 con il ‘plasma iperimmune’, effetti e risultati. Questo il tema al centro del dibattito interno al mondo scientifico e che, pian piano, si è esteso all’ambito politico, orientando poi anche l’opinione pubblica.
Da diverse settimane molte strutture sanitarie d’Italia stanno sperimentando la cura che si avvale del plasma prelevato dalle persone guarite dal coronavirus. La donazione è volontaria, anonima, gratuita e responsabile. Quindi, i professionisti che se ne stanno occupando sottolineano l’assoluto rispetto dei principi etici che fondano il sistema sangue nazionale.
«Il sangue umano non è una fonte di profitto – ha sottolineato il presidente della Federazione internazionale sangue, Gian Franco Massaro -. Le terapie trasfusionali ed i medicinali plasmaderivati, prodotti grazie al plasma donato, devono essere erogati in maniera equa, imparziale, omogenea e senza alcun costo per i pazienti».
Il numero uno della Fiods ha inteso intervenire nella discussione per chiarire alcuni aspetti relativi al protocollo, cioè alla prassi che prevede il prelievo del plasma tramite procedimento di plasmaferesi da un gruppo di pazienti che si sono negativizzati dal Covid-19 avendo sviluppato degli anticorpi specifici per il virus Sars-CoV-2.
La terapia prevede che il loro plasma venga trasfuso in alcune persone sintomatiche che sono ricoverate in terapia intensiva.
«I singoli pazienti verranno sottoposti ad un massimo di tre trasfusioni in cinque giorni di circa 250-300 ml di plasma» ha spiegato Massaro, ricordando che l’utilizzo di una terapia a base di plasma iperimmune per trattare il Covid-19 deriva da una sperimentazione portata avanti in Cina e, tra l’altro, in passato questo tipo di terapia è stato usato anche in Italia per trattare i pazienti affetti da virus Ebola.
La Federazione internazionale delle organizzazioni di donatori di sangue – che conta 82 Paesi affiliati, 25 milioni di soci, 30 milioni di unità di sangue raccolte ogni anno, pari cioè al 30% del fabbisogno mondiale – vede al vertice proprio il molisano Gian Franco Massaro, presidente anche dell’Avis Molise e del Centro di servizio per il volontariato.
Questa federazione ha al suo interno numerose associazioni, ed essendo interlocutrice dell’Oms, partecipa ai vari summit che l’organizzazione mondiale della sanità prevede e che ha promosso periodicamente, anche e soprattutto durante il periodo della pandemia.
Sulla base del suo ruolo e delle tante domande che vengono poste dai cittadini in questo periodo, Massaro ha deciso di scendere in campo per chiarire alcuni aspetti della terapia sperimentale.
Presidente, cosa ne pensa della polemica che si è generata sul plasma iperimmune e sulle notizie che circolano sull’argomento?
«Noi non possiamo fare altro che augurarci che il plasma iperimmune funzioni. Quindi aspettiamo di avere le conferme per aprire la strada alla raccolta di plasma iperimmune per uso clinico e alla raccolta di immunoglobuline specifiche o di altri prodotti che possono servire a produrre farmaci per la stessa esigenza. In altri Paesi stanno lavorando anche alla produzione di anticorpi monoclonali, mirati a bloccare quelle proteine che rendono il virus infettivo. Anche quella può essere una strada nella lotta al Covid-19».
In Molise ci sono ospedali che hanno adottato questo metodo?
«So che all’ospedale Cardarelli di Campobasso si è proceduto alla sperimentazione».
Il Centro nazionale sangue ha reso noto che il Molise ha ottenuto il secondo posto in merito al numero di donazioni di sangue per abitante. Cosa rappresenta questo risultato per la regione in ambito nazionale?
«Si tratta di un traguardo importante che è in linea con l’andamento degli ultimi anni. Come Avis raccogliamo il 90% del sangue di tutta la regione e, durante il lockdown, ci siamo messi ancor più al fianco del sistema sanitario, prevedendo raccolte con l’autoemoteca. Siamo soddisfatti e dobbiamo proseguire su questa strada, perché c’è sempre bisogno di sangue, soprattutto in questo periodo estivo».
Sul sangue cordonale invece la raccolta è in calo da tempo, mentre resta stabile l’uso per le terapie. Come mai?
«Sì,il rapporto pubblicato dal Centro Nazionale Sangue e dal Centro Nazionale Trapianti evidenzia che nel 2019 le unità raccolte sono scese sotto la soglia delle 10mila (9.676), toccando il punto più basso dal 2007, quando il dato si era fermato a quota 9.794. Di conseguenza sono diminuite anche le unità bancate (546 contro 668 dell’anno precedente), mentre quelle rilasciate per trapianto sono state 38, come nel 2018.
Sul trend, in calo dal 2012, pesa il costante calo delle nascite (quasi il 20%). A incidere sono anche le regole che la rete nazionale ha adottato nel 2015 per garantire una maggiore qualità delle terapie, ovvero vengono considerate idonee all’uso solo le unità che contengano un numero più alto di cellule rispetto al passato».

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