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Venafro, sforamenti nel lockdown «dovuti alle polveri del deserto del Caucaso»

Venafro, sforamenti nel lockdown «dovuti alle polveri del deserto del Caucaso»

L’inquinamento nella Piana di Venafro è dovuto al clima o, tutt’al più, alle polveri giunte del deserto del Caucaso.
Sono queste, in estrema sintesi, le conclusioni tratte da Arpa Molise nel dossier “Qualità dell’aria in Molise nel periodo di lockdown”. L’Agenzia ha analizzato i dati da gennaio ad aprile 2020, confrontandoli con le statistiche dello stesso periodo degli scorsi anni.
In sostanza, un po’ provocatoriamente ma neanche tanto, le emissioni industriali, da traffico, da impianti residenziali, da agricoltura etc… incidono relativamente sui livelli di Pm10, Pm2,5 o biossido di azoto.
Le 38 pagine di studio dicono praticamente questo. In attesa di ulteriori approfondimenti (?), l’Arpa ha dunque concluso che «dall’analisi fatta sembrerebbe che l’abbassamento dei valori di Pm10 e Pm2.5 registrati nei mesi di marzo ed aprile sia legato all’andamento stagionale delle polveri, più che alle misure di contenimento del Covid-19». Al contrario, quando si sono verificati valori alti e sforamenti, ciò è stato attribuibile «al fenomeno che si è verificato sul finire del mese di marzo quando l’Italia è stata interessata dall’introduzione in atmosfera da polveri provenienti dal deserto del Caucaso».
L’Arpa Molise ha tratto un quadro generale dalle misure di lockdown. «Le misure di lockdown hanno avuto influenza sulle emissioni di diverse attività, le riduzioni sono attribuibili principalmente al settore dei trasporti, a causa della riduzione del traffico privato in ambito urbano, e in misura minore dal settore del riscaldamento, per la chiusura parziale o totale degli edifici pubblici e delle attività commerciali e i minori consumi energetici dovuti al blocco delle attività produttive». Le emissioni di inquinanti sono quindi crollate per tutti i settori, ad eccezione della “combustione non industriale”. Nel caso degli impianti residenziali, infatti, si è registrato un aumento del 15%.
Sia come sia, analizzando i livelli di inquinamento nelle varie stazioni, è stato appurato come «non tutti i dati seguono lo stesso andamento». In effetti, «la diminuzione delle concentrazioni di NO2 è più marcata per le stazioni da traffico, mentre le stazioni di fondo risentono meno delle restrizioni adottate per contrastare la diffusione del Covid-19». Inoltre, «il particolato è influenzato più dalla sua caratteristica di variabilità stagionale e dalla sua componente secondaria».
Entrando nel merito del Pm10, per il 2020 «il mese di gennaio e buona parte del mese di febbraio sono stati caratterizzati, su tutto il territorio nazionale, da condizioni atmosferiche avverse alla dispersione degli inquinanti e questo ha portato ad avere concentrazioni medie giornaliere alte per un lungo periodo, con conseguenti superamenti del valore della media giornaliera previsto dalla normativa vigente. Quando le condizioni climatiche sono diventate favorevoli alla dispersione i valori si sono ridotti». Poi, «sul finire del mese di marzo, quando le concentrazioni seguivano un andamento in linea con il periodo, si è verificato un aumento delle concentrazioni misurate su tutto il territorio regionale. Questo aumento si può attribuire al fenomeno che si è verificato sul finire del mese di marzo quando l’Italia è stata interessata dall’introduzione in atmosfera da polveri provenienti dal deserto del Caucaso; e seppure in maniera marginale rispetto ad altre realtà italiane, anche il Molise è stato interessato da questo evento».
Altresì, è stato constatato come «i primi due mesi dell’anno sono stati caratterizzati da condizioni non favorevoli alla dispersione degli inquinanti con conseguente misura di valori alti delle concentrazioni medie giornaliere. In particolare, nel caso del Pm2,5, questo fenomeno è stato particolarmente rilevante nella stazione di misura Venafro 2. Anche in questo caso, appena le condizioni meteorologiche sono cambiate e diventate favorevoli alla dispersione degli inquinanti i valori registrati sono diminuiti».
L’Arpa parla di «dispersione degli inquinanti»: ovviamente ciò significa pure che tali inquinanti devono essere emessi in una zona per restare nell’aria…
Anche il Pm2,5 «ha risentito dell’introduzione delle polveri del Caucaso sul finire del mese di marzo anche se in misura ridotta rispetto al Pm10». Nello studio, poi, si specifica pure come «la stazione da traffico Venafro 2 ha fatto registrare, invece, una media del periodo in esame ben al disotto di quelle fatte registrare negli anni precedenti».
Per quanto riguarda le polveri, «le misure legate al lockdown sembrano aver avuto una minore incidenza. Infatti, mentre, come visto per l’NO2, ci sono stati effetti evidenti soprattutto nelle stazioni da traffico, un effetto analogo non è stato riscontrato per le Pm».
Dopo le polemiche suscitate dalla risposta del ministro Sergio Costa – che poi ha decisamente cambiato registro nel corso di una diretta web del M5S – all’interrogazione della deputata Rosalba Testamento, le conclusioni dell’ultimo studio dell’Arpa sono destinate probabilmente a gettare ulteriore benzina sul fuoco.
Sostanzialmente, in 38 pagine di analisi svolta durante il lockdown gli unici colpevoli accertati dell’inquinamento – e Venafro anche durante il blocco ha fatto registrare sforamenti – sono stati (e chiaramente non ci sono elementi né dubbi per giungere a diverse considerazioni) «l’andamento stagionale delle polveri» e «le polveri giunte dal deserto del Caucaso».
Ovviamente si tratta di uno studio preliminare per lo stato di salute della Piana. In questi giorni e mesi l’Agenzia è seriamente impegnata nell’analisi di speciazione del particolato ‘venafrano’, come da riunione tecnica tenutasi il 30 gennaio 2020 presso il Comune di Venafro che ha concluso per l’acquisto di nuova strumentazione di indagine, che prevede un confronto tra l’aria della città e quella dei paesi limitrofi (Pozzilli, Sesto Campano e Roccaravindola di Montaquila).

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