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Campobasso, fingono di aver pagato con 50 euro e pretendono il resto: negozi del centro nel mirino di due truffatrici

È una versione ‘rivisitata’ della classica truffa del resto: due persone, in questo caso due donne, entrano in un’attività dove provano diversi prodotti, mandando nel pallone il gestore o il dipendente di turno con domande a raffica o richieste di ogni genere. Al momento del pagamento, però, dopo aver distratto il commerciante, affermano di aver già consegnato una banconota da 50 euro e di non aver ricevuto il resto.
È quanto accaduto nel tardo pomeriggio di lunedì alla titolare del negozio di abbigliamento Mamè di via Ferrari che, subito dopo aver realizzato di essere stata vittima di raggiro, ha denunciato la vicenda sui social.
A spiegarci i fatti è sua madre, presente quel giorno in negozio durante il raggiro.
«Erano due donne, una intorno ai 20 l’altra intorno ai 30 anni – spiega -, entrambe more e con accento dell’est Europa, probabilmente romene. Parlavano tantissimo tra loro mentre giravano nel negozio. Una di loro ha preso una borsa e ha svuotato quella che stava usando per trasferire i propri effetti personali in quella nuova che nel frattempo aveva già indossato senza pagare.
Continuavano a girare frettolosamente nel negozio e i loro volti non ispiravano affatto fiducia. Così per sicurezza mia figlia si è messa vicino all’uscita nel dubbio che le due fuggissero senza pagare.
La borsa in sé non ha un prezzo altissimo – ci tiene a precisare – ma farsi derubare così, davanti agli occhi, sarebbe stato il colmo.
Sono rimaste qui per circa tre quarti d’ora. Non siamo riuscite neanche a dare retta alle altre clienti presenti in quel momento, poi andate via perché nel frattempo le due ci stavano rivoluzionando il negozio.
Una di loro, la più giovane, ha voluto vedere tantissime paia di scarpe provando diversi numeri, modelli e colori.
Avevano un atteggiamento molto frenetico, si aggiravano nel locale in maniera molto veloce. Prendevano dei capi, li misuravano, poi li rimettevano a posto e poi provavano altre cose.
Un atteggiamento che ci ha abbastanza destabilizzato. Poi mi è sorto il dubbio che avessero potuto lasciare qualcosa nella vecchia borsa che mi aveva chiesto di buttare, così ho invitato la donna a ricontrollarla.
Una volta scelti i prodotti, del valore di 72 euro, una delle due ha pagato utilizzando una banconota da 50, una da 20 e una moneta da 2 euro. Ma nell’istante in cui mia figlia stava facendo lo scontrino in cassa la ragazza l’ha bloccata dicendo che avrebbe aggiunto anche un paio di orecchini esposti davanti al banco, dal valore di 7 euro, chiedendo poi il resto delle 50 euro con cui avrebbe saldato gli orecchini sostenendo di averli appoggiati sul bancone».
Una ‘mossa’ che manderebbe nel pallone qualsiasi commerciante, soprattutto dopo aver speso tutte le energie dietro a simili clienti.
Così la titolare, non avendo un sistema di videosorveglianza interno per dimostrare il contrario e per evitare problemi, visto l’atteggiamento delle due, ha consegnato nelle mani delle malviventi i 43 euro di resto della banconota da 50 mai ricevuta.
«Mia figlia ha provato a spiegarle che non aveva ricevuto nulla ma le due insistevano sul fatto che la 50 euro fosse stata incassata. E quindi le ha dovuto dare il resto. Una rabbia indescrivibile ma purtroppo, presa dal panico e dalla confusione e senza il supporto delle telecamere, ha dovuto cedere alle loro richieste».
Le due truffatrici, probabilmente solo di passaggio in città, sono riuscite con la medesima tecnica a ‘ripulire’ anche altre attività del centro. Nella rete delle malviventi, infatti, poco prima del colpo da Mamè, sono finiti anche i titolari di un bar in via Mazzini: in questo caso le due si sono limitate a prendere soltanto una bottiglietta d’acqua dal valore di un euro, ricevendo, come resto della banconota ‘fantasma’, 49 euro.
Non c’è da vergognarsi o da stupirsi di fronte ad episodi simili: la tecnica truffaldina utilizzata dai malviventi fa leva proprio sul senso di disorientamento che, con grande abilità, si riesce ad infondere nelle vittime.
Oltre al bar e al negozio di abbigliamento, le due hanno poi provato a mettere a segno la truffa anche in un Tabacchi poco distante: in questo caso, però, il titolare, avendo fiutato il raggiro, si è rifiutato di consegnare il resto alle clienti visto che era certo di non aver ricevuto alcuna banconota e ha mostrato la telecamera presente alle sue spalle che avrebbe sciolto ogni dubbio sulla questione. Di fronte al sistema di videosorveglianza, neanche a dirlo, le due non hanno insistito e sono andate via.
La truffa è stata poi messa a segno anche in altre attività di corso Vittorio Emanuele.
La titolare di Mamè dopo aver avvisato gli utenti sui social ha deciso anche di allertare le forze dell’ordine segnalando la vicenda ai carabinieri i quali, di fronte ad una formale denuncia, potranno avviare le indagini e risalire all’identità delle due donne.
Intanto, dopo questi episodi, tornano a riaccendersi i riflettori sul sistema di videosorveglianza in città. Le telecamere – circa 120 – non sono ancora attive. La scorsa settimana il Consiglio comunale ha approvato il nuovo regolamento per la videosorveglianza e il prossimo step sarà quello del collaudo del sistema. Intanto è già trascorso più di un anno (era aprile del 2019) dal flop del Patto per la sicurezza, finanziato con fondi regionali, e dall’inaugurazione del sistema di videosorveglianza che, solo mesi dopo il ‘taglio del nastro’ , si è rilevato non funzionante perché consegnato in modalità test. Una ‘beffa’ che stanno pagando cittadini, commercianti e forze dell’ordine che, in caso di truffe e raggiri, non possono avvalersi del supporto delle immagini per le indagini.

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