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Lavori di utilità diffusa, che calvario: scaricabarile e niente indennità

Lavori di utilità diffusa, che calvario: scaricabarile e niente indennità

Il progetto di per sé ha avuto un iter travagliato. La prima delibera di giunta regionale che approva l’avviso pubblico per l’utilizzo di personale in lavori di pubblica utilità risale al 30 luglio 2018. Più di due anni fa.
Fino a fine 2019, però, nulla o quasi si muove. Finché, superate incertezze interpretativi e lacci e lacciuoli vari, l’esecutivo di Palazzo Vitale approva – siamo ormai a metà gennaio 2020 – l’avviso pubblico relativo alla “manifestazione di interesse finalizzata alla presentazione di candidature da parte di lavoratori disoccupati per l’inserimento e il reinserimento sociale di soggetti maggiormente svantaggiati attraverso la realizzazione di progetti di utilità diffusa”. Da lavori di pubblica utilità a utilità diffusa, pare che la differenza sia non solo lessicale.
Comunque, si parte. E invece arriva il Covid. I Comuni interessati vengono avvisati comunque dall’Inps che è meglio non formalizzare i progetti, con l’impiego concreto di disoccupati senza alcun sostegno al reddito (sono i requisiti per partecipare), prima del 4 maggio. La data in cui l’Italia ha cominciato a uscire dal lockdown. Le amministrazioni hanno aspettato e a tempo debito (rispetto alle indicazioni) hanno avviato le procedure. Evidente che per le condizioni delle casse dei piccoli centri, e con il fabbisogno di servizi che c’è, avere a disposizione unità lavorative seppure per un tempo limitato (i progetti hanno durata massima di sei mesi, prorogabile per una volta sola) è importante.
La Regione Molise deve comunicare all’Inps i dati e l’istituto di previdenza sociale paga. I pagamenti, a quanto si apprende da alcuni amministratori che hanno segnalato a Primo Piano la situazione, dovrebbero avvenire ogni due mesi.
Quindi, in alcuni centri i lavori di utilità diffusa hanno avuto inizio nella prima decade di maggio, in altri a inizio giugno. Fatto sta che ad oggi, l’indennità non è stata ancora pagata. Si tratta di persone che, seppure in evidente situazione di difficoltà economica (come può stare chi non ha un lavoro né alcun sussidio pubblico?), stanno facendo sacrifici per andare a lavorare nei Comuni che li hanno presi per i progetti di utilità diffusa. «Abbiamo dato una speranza a queste persone, le abbiamo fatte lavorare in un periodo difficilissimo. Sono persone già svantaggiate e non vedono ancora un euro – si sfogano alcuni sindaci – È come sparate sulla Croce Rossa».
Gli amministratori che si sono informati sulle cause del ritardo e la risposta pare sia stata che i sistemi di comunicazione dei dati, fra Regione e Inps, non sono sincronizzati. Sembra che anche il neo assessore al Lavoro Michele Marone sia stato interessato sulla vicenda. Ma finora non si è sbloccato nulla.
L’obiettivo della misura – fu spiegato alla conferenza stampa di presentazione che si tenne nella sala giunta di Palazzo Vitale – è assicurare, «in via temporanea, anche un sostegno al reddito alle persone disoccupate che vivono in uno stato di disagio, rispetto alla loro partecipazione attiva all’interno di progetti che vanno a beneficio delle comunità locali». I disoccupati hanno fatto la loro parte, Regione e Inps – secondo quanto raccontato da alcuni amministratori – di fatto no. E se ne rimpallano la responsabilità.

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