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«Dopo la fusione dovremo vigilare il piano industriale»

Il terremoto avvenuto ai vertici della Fim-Cisl, con le dimissioni del leader Marco Bentivogli ha provocato una riorganizzazione nella compagine metalmeccanica cislina e nella nuova segreteria generale, accanto a Roberto Benaglia, è tornato Ferdinando Uliano, che i nostri lettori dovrebbero ben ricordare. Proprio ieri mattina l’esponente sindacale è stato ospite a Termoli, nella sede di corso Nazionale, prima di recarsi nel pomeriggio anche a Vasto, con l’obiettivo di incontrare in una giornata unica sia la Rsa della Fca di Rivolta del Re che quella di Sevel.
Un gradito ritorno alla Fim-Cisl di Termoli dopo qualche tempo.
Ferdinando Uliano come sta andando la nuova configurazione organizzativa dopo le dimissioni di Bentivogli?
«Come organizzazione noi ci siamo subito attrezzati per questa fase di cambiamento, quindi abbiamo deciso immediatamente le deleghe di competenza e i vari segretari. Quindi siamo operativi già da subito, nel senso che il cambio della nuova segreteria è stato fatto il 28 di luglio e già i primi di agosto abbiamo ripartito le deleghe. Siamo quindi già operativi e pronti alle sfide e affrontare i problemi che abbiamo di fronte nel prossimo autunno».
La riorganizzazione è avvenuta in un tempo molto particolare.
«Si indubbiamente, siamo stati travolti da una situazione economica che per quanto riguarda la questione del Covid ha certamente compromesso gran parte del nostro sistema produttivo. Abbiamo una situazione adesso di ripresa ma molto timida. Noi siamo molto preoccupati perché, mentre molti lo definiscono un rimbalzo, dobbiamo vedere come sarà la situazione nei primi mesi di ottobre-novembre alla ripartenza, perché il dato nel Pil è comunque in forte riduzione; il dato occupazionale vede già oltre 500mila lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. La situazione attualmente è un po’ viziata dal blocco dei licenziamenti ed è chiaro che nel momento in cui questo viene rimosso noi abbiamo forte preoccupazione. Noi saremo molto concentrati a difendere posti di lavoro, faremo in modo che vengano fatti investimenti per rilanciare il sistema industriale del paese per poter effettivamente rispondere a questa situazione drammatica. Non solo con gli ammortizzatori sociali ma con una ripresa produttiva- lavorativa che per noi è indispensabile ed essenziale».
Nel mondo metalmeccanico più volte è stata chiesta un’azione al governo su incentivi per non far morire l’automotive.
«Indubbiamente l’automotive era già in una fase di cambiamento soprattutto riguardo al tema della mobilità sostenibile per i nuovi concetti di mobilità che vengono avanti anche con i nuovi motori ibridi-elettrici. Questi ultimi già davano delle proiezioni di forte cambiamento con degli impatti occupazionali. È chiaro che la situazione che si è determinata durante il periodo della pandemia ha fortemente azzerato, addirittura per un periodo le vendite nel nostro paese e in Europa. C’è una situazione, ovviamente, molto delicata in termini di volumi per quanto riguarda la ripresa delle vendite. Il sistema di incentivazione che è stato messo in atto ha aiutato a dare un po’ di respiro. Ma è chiaro che noi dobbiamo sostenere questa che rappresenta una delle parti più importanti del sistema industriale metalmeccanico nel nostro paese».
Come giudica l’opera del governo dalla fine di febbraio in avanti?
«È stata una gestione che sicuramente ha risposto al tema dell’emergenza e a evitare che si traducesse tutto in licenziamenti. Questa sicuramente è stata positiva come elemento di tutela occupazionale. Ma ovviamente questo non basta. Noi attendiamo e stiamo ponendo oggi problemi al governo per quanto riguarda una rivisitazione degli ammortizzatori sociali ma soprattutto come vengono orientate quelle risorse del Recovery fund che mettono a disposizione del nostro paese per rilanciare e ammodernare il sistema industriale italiano. Senza il rilancio e l’ammodernamento il sistema non c’è futuro per un paese industriale come il nostro».
In un’emergenza mondiale come si inquadra il ruolo del sindacato?
«Si è compreso fino in fondo che nei Paesi dove c’è una profonda presenza sindacale come il nostro, sono quelli che sono riusciti meglio ad attutire il dramma occupazionale e il dramma di reddito che si generava all’interno delle classi lavoratrici. I paesi dove c’era poco sindacato tutto si è scaricato sui lavoratori. Noi oggi però abbiamo di fronte una sfida molto importante, quella di essere un elemento di coesione sociale all’interno del paese, che consente di mettere al centro gli elementi indispensabili per rilanciare l’industria e l’economia del nostro paese, in una chiave più equa e più giusta per i lavoratori. Noi non potremo mai accettare questa situazione dettata dalla pandemia scarichi ancora di più sofferenza sui più deboli e sulle persone che sono più esposte ai cambiamenti di mercato, all’economia e quant’altro. Non può essere che si esce da questa crisi con una situazione di classi dirigenti in cui alcuni si arricchiscono ancora di più ed altri si impoveriscono sempre di più. Il sindacato serve per questo e quindi la gente sta apprezzando il ruolo che stiamo svolgendo. Anche nella tutela della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro. I posti di lavoro che sono stati più esposti al rischio di contagio, sono stati i posti dove non era presente il sindacato. Dove è stato presente il sindacato l’azione dei comitati ha consentito di fare protocolli di sicurezza e noi possiamo anche dire che gli ambienti di lavoro sono stati più sicuri di altri ambienti nel nostro paese, come per esempio gli ospedali dove si è sviluppata la pandemia in maniera maggiore».
È stato complicato ragionare anche a livelli di regioni, una diversa dall’altra con i vari siti produttivi?
«Sì, indubbiamente l’atteggiamento e la percezione del rischio è diversa da regione a regione. È chiaro che noi abbiamo avuto una situazione anche nel nostro paese in cui alcune regioni sono intervenute in maniera puntuale e abbiamo regioni in cui… io vengo dalla Lombardia in cui ad esempio tutta la gestione dei tamponi e tutta la gestione dei test sierologici non sono state fatte in modo e tempi adeguati per poter fare un’azione preventiva e quindi c’è stata una sottovalutazione in molti casi. È chiaro che questo è un elemento che ha pesato enormemente anche sull’economia e sul lavoro».
L’automotive in Italia vuol dire Fca e dall’anno prossimo verrebbe anche voler dire Stellantis. Come si sta muovendo questa fusione? Molti l’hanno messa addirittura a rischio, vista la pandemia.
«Noi ci auguriamo che invece prosegua, perché è sicuramente un modo per avere valore aggiunto nel settore automobilistico. Come avevamo giudicato positivamente, e i fatti ce l’hanno dimostrato, la fusione tra Fiat e Chrysler, quindi con la nascita di Fca, perché creava un contesto di convenienze e di economie di scala che nella competizione globale ha consentito ti produrre autovetture nel nostro paese all’altezza di vincere le sfide globali con un ritorno occupazionale importante. Altrettanto importante saranno le sinergie che si svilupperanno con il gruppo di Psa. È chiaro che in un contesto di volumi e di produzione molto più alti ci consentirà di essere presenti su più paesi, su più prodotti, rispetto alla situazione attuale. Quindi noi ci auguriamo che prosegua e si concluda positivamente. Chiaramente è importante il discorso della conferma del piano industriale di 5miliardi di investimento che Fca aveva dato, di completarlo. Quindi con lo sviluppo di tutti i prodotti ed i motori, per esempio per quanto riguarda lo stabilimento di Termoli. Diventa poi indispensabile il ruolo che il sindacato svolgerà con la nuova compagine governativa a partire da marzo 2021.
È chiaro che lì, nel momento in cui ci sarà la fusione, bisognerà ridiscutere un piano industriale e dovremo alzare le attenzioni per fare in modo he gli stabilimenti e l’occupazione italiana venga preservata. Anzi noi diciamo anche di più, che venga spronata a crescere ancora di più un contesto globale, più aperto anche ai prodotti italiani».
A molti non è piaciuta la richiesta di Fca del prestito di 6,3 miliardi al governo, anche visti i rumor di macchine che andranno prodotte altrove e anche fornitori che non sono più italiani.
«Allora noi diciamo che 6,3 miliardi che erano stati destinati come apertura di credito, ma come del resto prevede l’accordo tra governo e azienda, dovevano essere destinati agli stabilimenti italiani. Noi anzi sollecitiamo il governo, anche nelle politiche delle risorse finanziarie, a dare risorse alle nostre imprese per sviluppare e fare impresa. Noi abbiamo una situazione nel nostro paese in cui scappano gli imprenditori e hanno ripercussioni dal punto di vista industriale e occupazionale. Pensiamo invece che, per quanto riguarda la questione delle forniture, è chiaro che si aprirà una stagione con Psa in un si dovrà decidere quali sono le piattaforme di un paese e dell’altro, che dovranno essere sviluppate per tutti i prodotti del gruppo. Quindi una discussione attenta in cui il sindacato dovrà essere presente. Rispetto alla questione che è stata oggetto di discussioni per quanto riguarda le produzioni in Polonia, non dimentichiamoci che in Italia da tempo non si fanno piattaforme B, cioè l’unica piattaforma piccola abbiamo presente nel nostro paese, come la Panda di Pomigliano che è stata mantenuta per consentire la tenuta occupazionale di quello stabilimento. Ma le produzioni italiane si attestano su produzioni medie o medio-alta qualità. Lo stabilimento polacco è da sempre dedicato alla produzione della Y10, della piccola 500, ed è molto probabile che nel futuro venga destinato alle piccole piattaforme. Gli stabilimenti italiani invece ci auguriamo che possano diventare, così come Melfi è diventato parte importante nella produzione di macchine jeep nello stabilimento della Basilicata, noi pensiamo che possano essere elementi degli stabilimenti italiani di sviluppo di piattaforme anche di macchine francesi di livello alto. Quindi le sinergie sono possibili. È chiaro che noi ci stiamo attestando più sulla fascia medio-alta da sempre. Mentre le produzioni del sito di Psa sono più orientate alle piccole utilitarie».
C’è futuro quindi sia a livello occupazionale che produttivo per l’automotive in Italia?
«Ci sono i presupposti per fare bene. Ci sono i presupposti per fare bene anche nello sviluppare gli stabilimenti. È chiaro che abbiamo un’incognita grande comuna casa, che è la situazione del mercato che noi ci auguriamo presto volga al meglio rispetto alla situazione in cui ci siamo trovati nei mesi di marzo e aprile in cui per effetto anche del Covid-19 il mercato è crollato. Quindi gli investimenti ci devono essere poi c’è la partita sul mercato che bisogna giocarsela fino in fondo, coll’obiettivo di mantenere stabilimenti e salvaguardare l’occupazione».

Emanuele Bracone

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