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Scuola e Covid, Marinelli: «50 chilometri per un tampone»

Scuola e Covid, Marinelli: «50 chilometri per un tampone»

«Dobbiamo stare attenti affinché non ci taglino ulteriormente i servizi sanitari sul territorio». Lo ha ripetuto più di una volta, ai giornalisti, nelle sue prime ore in veste di sindaco, Daniele Saia. E il primo suggerimento, proprio in tema sanitario, arriva al sindaco neo eletto da Italo Marinelli, pediatra e giornalista. Una questione di stringente attualità, visto che da qualche giorno è ripresa l’attività didattica nelle scuole dell’Alto Molise e che il problema dei problemi è la possibile impennata di casi Covid.
«I tamponi Covid vanno raccolti al domicilio del paziente, non a 50 chilometri di distanza» denuncia, senza mezzi termini, Italo Marinelli, già pediatra al “Caracciolo”. «Le Usca, – spiega il medico pediatra – sono unità speciali di continuità assistenziale attivate in ogni regione d’Italia con lo scopo di fornire assistenza ai pazienti affetti da Covid19 o con sintomatologia correlabile al Covid ma non ancora accertata. In Molise sono state istituite tre Usca dall’Asrem, sedici medici in totale nei distretti di Isernia, Campobasso e Termoli, che stanno seguendo i pazienti Covid in assistenza domiciliare, quelli cioè che non necessitano di ricovero ospedaliero o peggio di terapia intensiva. Nelle altre regioni le Usca si fanno carico anche della diagnosi, cioè se c’è bisogno di fare un tampone per un sospetto caso positivo di Covid, indicato dal pediatra o dal medico di famiglia, i medici dell’Usca si recano presso il recapito del paziente per sottoporre lo stesso a tampone. Questo purtroppo in Molise non accade. Pensiamo alla situazione che si sta determinando nelle scuole. I bambini sono tornati a scuola e inevitabilmente cominceranno a contagiarsi delle più varie malattie infettive, quelle tipiche stagionali intendo, non necessariamente il Covid sia chiaro. Dopo tre giorni di assenza c’è bisogno di un certificato del pediatra che attesti che il bambino non ha il Covid. Ma dato che i pediatri non hanno i super poteri, necessariamente dovranno sottoporre i propri pazienti, per certificare la loro condizione, ad un tampone per la ricerca del Covid. Il problema è che i tamponi, attualmente, non vengono svolti a domicilio e quindi da Agnone, ad esempio, gli alunni che avessero bisogno di un tampone, sarebbero costretti ad andare a Venafro. Si tratta di bambini solitamente con febbre, che devono fare cinquanta chilometri, insieme alle proprie famiglie, solo per un tampone. Un viaggio che espone le famiglie e i pazienti a intuibili rischi, senza parlare del disagio e del costo di un viaggio di quasi cento chilometri tra andata e ritorno. Portare in giro un paziente con febbre e potenzialmente infetto da Covid è un rischio enorme. Una situazione oggettivamente pericolosa, per il paziente, ma anche per la collettività. Ci auguriamo – aggiunge il pediatra – che l’Asrem ponga rimedio, prontamente, a questa situazione di pericolo, magari fornendo di più personale infermieristico le famose Usca e soprattutto dando un assetto organizzativo più consono e operativo sul territorio». IL solito discorso: è il servizio che deve raggiungere il paziente e non viceversa, solo così si dà un’adeguata assistenza sanitaria sul territorio e contemporaneamente non si affollano i pronto soccorso degli ospedali. «Il centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, riguardo alla pandemia, ha fornito nei giorni scorsi dei dati sull’andamento epidemiologico con particolare riferimento al ruolo avuto dai minori, bambini e ragazzi, nella diffusione del virus. – continua Marinelli, documentando il suo argomentare con dati scientifici forniti da un’agenzia sanitaria di livello europeo – Solo sei nazioni hanno registrato focolai di infezione nelle scuole, molto limitati sia per numero che per trasmissioni secondarie. La trasmissione nelle scuole è stata un’eccezione più che la norma, anche se va ricordato che fino a poche settimane fa le scuole erano chiuse praticamente ovunque. Un secondo punto che il centro europeo sottolinea è che sotto i dieci anni il ruolo epidemiologico svolto dai bambini nella trasmissione del virus è veramente limitato, sia in termini di suscettibilità che in termini di trasmissibilità della malattia. Le cose cambiano dai dieci anni in su: i bambini di quella età o maggiore posso avere un ruolo più importante nella trasmissione del virus. Il terzo punto che l’agenzia europea sottolinea è questo: sulla epidemia da Covid ci sono ancora poche certezze, ma una cosa è sicuramente certa, che i bambini non sono stati i responsabili della diffusione della malattia e che i bambini soffrono e soffriranno di un’eventuale chiusura delle scuole non solo in termini educativi e culturali, ma anche di salute, rischiando di avere danni permanenti».

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