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Crisi Covid, una parrucchiera scrive a Draghi: «Mi sento umiliata»

Crisi Covid, una parrucchiera scrive a Draghi: «Mi sento umiliata»

Mentre nelle principali piazze italiane commercianti, ristoratori ed ambulanti stanno organizzando proteste e manifestazioni contro le restrizioni per indurre il governo alla riapertura delle attività economiche, a Campobasso una parrucchiera, Erika Cameli, ha deciso di scrivere ed inviare una lettera, con destinatario il premier Mario Draghi, in cui illustra tutte le difficoltà che i lavoratori hanno dovuto affrontare nell’ultimo anno caratterizzato dall’emergenza epidemiologica.
«Caro presidente, chi vi scrive è una semplice ed umile parrucchiera di Campobasso. Parlo anche a nome di tutti i colleghi del settore e a nome di tutte le attività. Le scrivo perché mi sento umiliata. Umiliata perché non solo non ci fate lavorare come si deve, ma vi permettete anche di dire che non abbiamo bisogno di aiuto. Stiamo bene noi, con 30.000 euro di entrate annue. Stiamo bene. Le entrate le vedete, ma le uscite? Lei sa cosa vuol dire andare avanti con la paura di non riuscire a pagare tutte le spese che ci sono in un’attività (piccola o grande che sia)? Dite che non ho avuto il calo del 30% tra il 2019 e il 2020, ma io ho avuto una figlia in quel lasso di tempo ed ho lavorato fino a dieci giorni prima del parto. Lo sa cosa vuol dire lavorare con 12 kg in più sulla schiena, sempre in piedi? Quindi mia figlia non ha mangiato in quel lasso di tempo, non ha avuto bisogno di pannolini, di vestiti e quant’altro, infatti non abbiamo avuto nemmeno bisogno dell’assegno familiare, perché ho superato il reddito! Vogliamo fare i conti delle uscite che ci sono in una famiglia o in un’azienda? Ci sono i fitti, le bollette, i fornitori, i prodotti per le pulizie (per non parlare dei disinfettanti che ci avete fatto comprare per farci ammalare e intossicare), il registratore di cassa (che oltretutto abbiamo dovuto anche aggiornare per quella stronzata, passatemi il termine, della lotteria degli scontrini), e la benzina per andare a lavorare (per pagare lo stipendio a ‘voi’) che mi costa l’ira di Dio perché sopra ci sono ricarichi e tasse da far vergogna, i corsi di aggiornamento, corsi per la sicurezza dei dipendenti, stipendio per i dipendenti, acconti Irpef, Inail, Inps, e con quello che avanza, forse, posso mangiare. Forse! Sono indignata. Voi riuscireste a campare con 2.000 euro all’anno? Mi sento umiliata. Umiliata dalla mia Italia che mi sta succhiando l’anima! Tanti sacrifici, per cosa? Per arrivare con il cappio alla gola. Non ci sto più. Mi dispiace, ma voi gli italiani, quelli che lavorano sodo, non ve li meritate! Vi meritate solo quelli che prendono il reddito di cittadinanza».

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